Alla scoperta dei muretti a secco: patrimonio culturale e scrigni di biodiversità


testo Nicolò Pellecchia

immagini di Francesco Rossi

immagini di Davide Ambu

Tra i primi manufatti della storia dell’uomo vi sono i muretti a secco. L’accatastare delle pietre una sopra all’altra, anche senza un criterio specifico, sembra, a prima analisi, un’attività banale che in realtà ci ha permesso di iniziare a modificare l’ambiente intorno a noi. Da semplici strutture per dividere i territori, a vero strumento per l’agricoltura o l’allevamento, questa tecnica ci accompagna dall’alba dei tempi, tanto da essere riconosciuta nel 2018 come patrimonio culturale immateriale dell’umanità dall’UNESCO. L’organizzazione ha associato la tecnica non solo al nostro paese, dove è comune in molte regioni, ma ad una lista di paesi: Albania, Cipro, Croazia, Francia, Grecia, Irlanda, Israele, Palestina, Slovenia, Spagna e Svizzera. La tecnica del muro a secco è però diffusa anche in molti altri luoghi del mondo, tanto da poter essere identificata come una espressione universale dell’interazione umana con il paesaggio naturale.

Tra le fessure del muro a secco spicca un ombelico di venere, (Umbilicus rupestris), dal vivace colore rosso, creando un contrasto suggestivo con la roccia grigia sullo sfondo. Un piccolo tocco di colore in un paesaggio di pietra. (Foto di Davide Ambu)

Queste strutture sono principalmente diffuse nelle aree rurali, in particolar modo in zone montane o collinari, dove è più difficile trovare spazi pianeggianti per l’agricoltura o l’allevamento. Qui, nasce la necessità di terrazzare il territorio. Non è difficile osservare muretti nelle zone abitative di centri rurali, ma anche in centri abitati più strutturati. Tali manufatti sono la testimonianza dell’insieme di saperi e pratiche adottate dall’umanità, dalla preistoria ad oggi, per organizzare il proprio ambiente, sfruttando in maniera efficiente le risorse naturali e umane disponibili.

Se ad oggi possiamo affermare che i muri a secco sono universalmente riconosciuti per la loro importanza dal punto di vista culturale, non possiamo dire lo stesso per quanto riguarda la biodiversità.

La loro importanza per la conservazione della biodiversità è stata ignorata rispetto ad altri elementi del paesaggio agricolo, come le siepi, la cui importanza ecologica come rifugi e corridoi è invece ben stabilita.

In un angolo di campagna, un antico muretto a secco racconta la sua storia attraverso le piante che lo abitano. Dopo anni di colonizzazione, ha dato vita a un micro-ecosistema ricco di biodiversità. Al centro della scena, una bellissima fioritura violacea di borragine, (Borago officinalis), cattura lo sguardo. (Foto di Francesco Rossi)

Struttura e caratteristiche dei muretti

Data l’origine così antica, i muri a secco si sono ben integrati all’interno del paesaggio e ospitano molti organismi. Quali potrebbero essere le cause alla base di una così grande biodiversità?

Nell’intrico di fessure e interstizi tra le rocce, si sviluppa una sorprendente varietà di ambienti, dove si intrecciano giochi di luce e ombra, zone umide e asciutte, calde e fredde.

Se si osserva con attenzione questi muri, si percepisce un’affinità con ambienti naturali come le pareti rocciose e i ghiaioni montani. Le crepe che attraversano la struttura ricordano le giunture delle rocce, mentre i vuoti tra le pietre evocano le fenditure delle grotte o le cavità nei detriti alpini. È proprio in questi spazi nascosti che la vita si insinua, colonizzando ogni anfratto e trasformando il muro in un mosaico di micro-habitat.

La posizione e l’esposizione del muro giocano un ruolo cruciale nel modellarne il microclima. Un muro orientato a nord o a est rimane fresco e costante nelle temperature, mentre uno rivolto a sud o a ovest accumula il calore del sole, con sbalzi termici importanti. D’estate, le pietre più esterne possono raggiungere temperature molto elevate, mentre d’inverno si trattiene il calore raccolto durante il giorno, rilasciandolo lentamente di notte. Tuttavia, proprio questa oscillazione termica crea un ambiente dinamico e in continua trasformazione.

Mentre la superficie del muro subisce forti variazioni di temperatura, l’interno resta più stabile, offrendo rifugi sicuri a molte specie.  Potrebbe essere questa capacità di modulare il calore che rende i muri a secco non solo manufatti funzionali, ma anche vere e proprie oasi di biodiversità?

L’umidità è un altro elemento essenziale per la comunità che popola questi muri. Più l’acqua riesce a infiltrarsi nelle fessure, maggiore sarà la diversità delle specie vegetali che vi attecchiscono. Nei muri autoportanti, non collegati direttamente al terreno, l’acqua è scarsa, e la vegetazione si sviluppa in modo differenziato: le zone più basse rimangono umide, mentre le superfici esposte al sole si disidratano rapidamente. Nei muri di contenimento, invece, il terreno retrostante fornisce un apporto continuo di umidità, che genera un ambiente più stabile e favorevole alla crescita delle piante.

I muri a secco possono cambiare molto di zona in zona, per la cultura del posto, ma soprattutto per il tipo di pietra disponibile.

Generalmente, si osservano due tipologie di muri, quelli indipendenti, o autoportanti, che si reggono su sé stessi, usati solitamente come recinto o per delimitare confini, e quelli di contenimento, che invece hanno un ruolo di sostegno nel terrazzamento del territorio. Oltre alla diversità strutturale, le due tipologie offrono anche diverse condizioni agli organismi, diversificando quindi anche i possibili ospiti. I muri indipendenti avranno tassi di umidità più bassi, e possono essere esposti maggiormente al sole, a differenza dei muri di contenimento che possono presentare tassi di umidità molto più elevati, e più costanti durante l’anno.  

Tra le rocce del muretto, un veloce cacciatore si aggira silenzioso, scrutando l’ambiente con i suoi grandi occhi. La falsa tarantola, Hogna radiata Latreille, 1817, quando individua la preda, scatta fulminea e la immobilizza, iniettando il veleno con precisione letale. (Foto di Francesco Rossi)

L’acqua è un elemento fondamentale per la composizione delle specie e la crescita delle piante sui muri a secco. Un’elevata umidità favorisce lo sviluppo della vegetazione, che contribuisce a stabilizzare il microclima della superficie. A sua volta, una maggiore copertura vegetale trattiene più umidità, e crea condizioni favorevoli alla crescita di piante più grandi, muschi e felci.

Parete autoportante
Il lato sud si asciuga più velocemente, il lato nord rimane umido più a lungo. Entrambi i lati hanno in comune il fatto che l’apporto di umidità nel muro è relativamente basso a causa della mancanza di contatto con la terra. Solo nella zona delle fondamenta del muro, cioè il punto di contatto tra muratura e terra, vi è umidità permanente. Sulle due superfici opposte del muro, si stabiliscono piante diverse, a seconda che preferiscano l’ombra o posizioni soleggiate.

Muri di contenimento
Il terreno sostenuto dal muro assicura un afflusso costante di umidità. Un clima umido ed equilibrato prevale all’interno di un muro di contenimento. Se la superficie del muro è esposta a una forte luce solare a causa di un orientamento favorevole, si verifica una combinazione di habitat diversi: la superficie è asciutta e con grandi fluttuazioni di temperatura.

Scrigni di biodiversità

Ma quali sono i primi organismi che colonizzano questi ambienti? Se si prendono in considerazione organismi più complessi, tra i primissimi colonizzatori abbiamo i licheni, simbionti costituiti dall’associazione tra un fungo ed un altro organismo fotosintetico, che può essere un’alga verde o un cianobatterio. I licheni sono organismi pionieri fondamentali nella successione ecologica primaria. Grazie alla loro capacità di colonizzare superfici inospitali, avviano il processo di trasformazione dell’ambiente. Tramite la secrezione di acidi organici, contribuiscono alla frammentazione delle rocce, che favorisce la formazione di suolo. Inoltre, il loro ciclo vitale arricchisce il substrato con sostanza organica, e crea un supporto per l’insediamento di altre forme di vita. La loro struttura permette un miglioramento della ritenzione idrica, che crea un microambiente favorevole alla crescita di muschi prima, e piante poi. I muschi con il tempo si insediano nelle fessure e svolgono un ruolo fondamentale. Come dei cuscinetti pregni di acqua, sono fondamentali per mantenere elevati tassi di umidità, che permetteranno a piante come felci o l’ombelico di venere, di colonizzare i muretti. Nel corso dei decenni, la vegetazione si arricchisce, ma lo sviluppo di piante legnose può compromettere la stabilità del muro con la crescita delle radici, attraverso l’accelerazione del processo di degrado strutturale di quest’ultimo.

I serpenti trovano nei muretti a secco un rifugio perfetto per termoregolarsi e nascondersi. Questo splendido colubro liscio, (Coronella austriaca), si è adattato a vivere in un piccolo paesino, dove la convivenza con l’uomo è spesso difficile a causa di antichi pregiudizi. (Foto di Davide Ambu)

La colonizzazione di un muro appena costruito dipende dall’ambiente circostante, dalla mobilità degli organismi e dalle loro esigenze ecologiche. Per favorire la biodiversità, è fondamentale che i nuovi muri siano inseriti in ambienti ricchi di specie e che quelli più antichi mantengano una diversità già insediata.

Sul punto più alto del muretto, ai margini dei campi coltivati, un geco verrucoso (Hemidactylus turcicus),si crogiola nel tepore delle rocce scaldate dal sole. (Foto di Davide Ambu)

I muri a secco non offrono solo nuovi ambienti per le piante, ma rappresentano anche un rifugio essenziale per numerose specie animali. I tantissimi microhabitat che offre un muro a secco danno la possibilità ad animali con esigenze estremamente diverse di poter essere osservati nello stesso luogo. Esposti al sole per gran parte della giornata, i muri assorbono e rilasciano gradualmente il calore, creando microclimi favorevoli per molte specie a sangue freddo. Tra i principali beneficiari di questo ambiente ci sono i rettili, che sfruttano le superfici riscaldate per regolare la temperatura corporea e accelerare il metabolismo. Le lucertole, attive di giorno, e i gechi, protagonisti della notte, sono tra gli abitanti più facili da osservare. Con un po’ di attenzione, è possibile assistere a scene di caccia, poiché i muri a secco ospitano numerose specie di invertebrati, che rappresentano un’importante fonte di cibo. Oltre a lucertole e gechi, anche l’orbettino trova rifugio tra le fessure del muro, dove può godere di calore, protezione e nutrimento. All’alba e al tramonto, invece, diverse specie di serpenti, come il biacco (Hierophis viridiflavus), la vipera comune (Vipera aspis) e tanti altri, si avvicinano a questi ambienti per riscaldarsi e cercare prede come lucertole, gechi e piccoli mammiferi nascosti tra le pietre.

Un primo piano mozzafiato dell’occhio di un geco verrucoso. La forma e i riflessi della pupilla evocano mondi fantastici, quasi un frammento di universo racchiuso nel suo sguardo. (Foto di Francesco Rossi)

Le cavità dei muretti offrono riparo a molti piccoli mammiferi. Tra questi, roditori come il topo comune (Mus musculus) e l’affascinante quercino (Eliomys quercinus)possono essere osservati mentre fanno capolino tra le pietre, ma vi si possono osservare anche predatori come la donnola (Mustela nivalis).

Una donnola (Mustela nivalis), si affaccia dal margine di un muretto a secco, in cerca di piccoli roditori. (Foto di Gianluca Damiani)

Facendo un po’ di attenzione al micromondo, si possono osservare scene di caccia anche più avvincenti di quelle dei rettili. A spasso per il muretto possiamo trovare temibili predatori invertebrati, come ragni, scorpioni, coleotteri carabidi e tanti altri che si avventano sulle loro prede, sempre invertebrati, con temibile ferocia. Il terreno di caccia cambia molto in base all’organismo, alcuni attendono il passaggio di un animale appostati nei pertugi, o nelle proprie ragnatele, altri vanno alla ricerca attiva della preda. I veri dominatori di questi ambienti, come nel resto del pianeta, d’altronde, sono proprio gli invertebrati. Questi riescono ad occupare ogni piccola nicchia che viene messa a disposizione dai muretti, e li rendono pieni di vita. In particolare, sfruttano molto i tanti interstizi che si creano tra una roccia ed un’altra, che sono perfetti per diversi scopi. Alcuni insetti utilizzano questi spazi per deporre le loro uova, come le mantidi, o per posizionare il loro nido, come vespe e calabroni, dato che rappresentano un ambiente sicuro e con le giuste condizioni di temperatura. Altri invece, sfruttano i muri a secco per nutrirsi del materiale organico che vi si accumula, come detriti e funghi.

 I licheni sono i pionieri della colonizzazione di questi ambienti, aprendo la strada a molte altre forme di vita. In questo scatto, i loro colori contrastano con l’affascinante livrea di un piccolo ragno saltatore, (Philaeus chrysops), addome rosso, zampe arancioni e un vibrante sfondo bianco-grigiastro. (Foto di Francesco Rossi)

Quando cala la notte e si alza l’umidità, la rugiada inizia a bagnare le pareti del muro, i muschi che si sono seccati tutto il giorno si gonfiano d’acqua, piante e licheni diventano sempre più umide. Questa dinamica molto delicata, per cui i muri cambiano totalmente il loro aspetto, è come uno squillo di trombe per tutti quegli organismi che aspettavano il loro momento per uscire allo scoperto, nascosti nelle profondità più umide. I primi organismi che saltano fuori, e che ci permettono di capire che c’è un elevato tasso di umidità, sono i molluschi. Nelle serate giuste, questi muri pullulano di colori offerti dai gasteropodi terrestri. Tra questi possiamo osservare sia specie con il guscio, come la comune chiocciola di borgognona (Helix pomatia), che specie prive di guscio, come la bellissima limaccia leopardo (Limax maximus).

           

Un piccolo gasteropode terrestre si muove lentamente tra muschi e licheni, approfittando dell’umidità che essi trattengono. Ma il pericolo è sempre in agguato: tra le fessure del muretto, predatori silenziosi attendono nell’ombra. (Foto di Davide Ambu)

 I veri dominatori delle notti umide dei muretti a secco, però, sono gli anfibi. In particolar modo, questi ambienti sono stati sfruttati da un gruppo di animali che principalmente vive nelle grotte e foreste umide, e che ha trovato nelle cavità dei muretti a secco un’imitazione perfetta degli ambienti ipogei: i geotritoni. Quest’ultimi sono tra gli animali più particolari della fauna italiana, sia per la loro storia evolutiva, che per la loro biologia. In totale, nel nostro paese sono presenti otto specie, di cui sette endemiche, e cioè che vivono esclusivamente in Italia. In particolare, di queste otto specie cinque vivono solo in Sardegna, e tre nella penisola. Sono anfibi che non hanno bisogno dell’acqua per riprodursi, poiché sono in grado di deporre uova sulla terra, da cui nasceranno dei piccoli “adulti” senza dover passare per un vero e proprio stadio larvale come per altre specie di anfibi. L’umidità però è un fattore determinante per la loro sopravvivenza. Tutte e otto le specie hanno infatti una caratteristica molto particolare, sono prive di polmoni e la respirazione è principalmente affidata alla pelle. Per poter permettere gli scambi di ossigeno tra la pelle e l’ambiente necessitano particolari tassi di umidità e temperatura, e la pelle deve essere sempre ben idratata, motivo per cui sono molto delicati e non vanno assolutamente maneggiati.

Un geotritone italiano, (Speleomantes italicus), si fa strada tra la vegetazione del muretto. Accanto a lui, l’ombelico di Venere e il muschio, preziosi alleati che contribuiscono a mantenere l’umidità necessaria alla sua sopravvivenza. (Foto di Davide Ambu)

Nei muretti a secco dell’Italia peninsulare, è possibile osservare comunemente tre specie, che si distribuiscono lungo un gradiente geografico, quasi in una staffetta. Il geotritone italiano (Speleomantes italicus), occupa l’area che va dal Lazio e dall’Abruzzo fino alla Toscana nord-occidentale, il suo limite settentrionale. Il geotritone di Ambrosi (Speleomantes ambrosii), si trova tra la Toscana nord-occidentale e la Liguria meridionale, mentre il geotritone di Strinati (Speleomantes strinatii), prosegue da questa zona fino alla Francia sud-orientale.  Nelle giuste serate, tra l’umidità offerta da muschi, licheni e piante, possono essere osservati in grandissimi numeri nello stesso muretto, che si aggirano in cerca delle loro prede, come piccoli insetti e lumache. Non sono però gli unici anfibi a frequentare questi ambienti. Se si fa particolare attenzione alla base dei muretti non è difficile che ci si imbatta in qualche rospo comune, (Bufo bufo), in cerca di una preda. I muretti posizionati vicino a punti d’acqua, come stagni o torrenti, possono rappresentare un ottimo rifugio per varie specie di anfibi urodeli, come la salamandra pezzata (Salamandra salamandra), o diverse specie di tritoni.

Ambienti in pericolo

Con l’avanzare dell’abbandono delle aree agricole purtroppo questi scrigni di biodiversità stanno man mano scomparendo. I loro custodi, contadini e pastori, ormai sono sempre meno, e le nuove generazioni non hanno i mezzi pratici per farne manutenzione o per costruirne di nuovi. In questo modo nei prossimi decenni questi ambienti andranno perduti, e un po’ alla volta verranno sostituiti da sterili muri in cemento. Fortunatamente però, sul piano nazionale ci si sta attivando. Il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE) ha finanziato diversi progetti per il recupero e la valorizzazione dei muri a secco, riconoscendone l’importanza storica, culturale e ambientale. Un esempio significativo è rappresentato dagli interventi nel Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise (PNALM), dove sono stati realizzati lavori di manutenzione straordinaria su questi manufatti tradizionali. Queste iniziative testimoniano l’impegno del MASE nel preservare e valorizzare elementi caratteristici del paesaggio rurale italiano, come i muri a secco, che, come abbiamo detto finora, rappresentano non solo testimonianze storiche e culturali, ma svolgono anche un ruolo fondamentale nella conservazione della biodiversità.

Quando il sole tramonta, il calore accumulato dalle pietre rende i muretti il luogo ideale per le scorribande notturne dei gechi. Qui, un esemplare di geco dei muri mediterraneo, (Tarentola mauritanica) con il suo bottino tra le fauci, una falsa tarantola. (Foto di Francesco Rossi)