
di Chiara Passacantilli
Da sempre considero il bosco come un luogo sospeso tra realtà e immaginazione: forse perché richiama le favole, forse perché ha il dono di fermare il tempo e offrire una pausa dai ritmi serrati della quotidianità. È per questo che spesso mi ritrovo a percorrere il sentiero che conduce alla faggeta vetusta di Valle Cavalera, all’interno del Parco dei Monti Lucretili. Basta varcare la soglia, dove gli alberi si stringono tra loro, sentire le chiome chiudersi sopra la testa e il fresco salire dal terreno, per ritrovarsi subito in una dimensione senza tempo.
I protagonisti sono i faggi (Fagus sylvatica), alberi alti, maestosi ed eleganti, le cui chiome fitte e ramificate crescono spesso lasciando tra loro uno spazio sottile, come se si rispettassero a vicenda — o almeno mi piace pensarla così. È un fenomeno affascinante, noto come “timidezza delle chiome”, che secondo studi recenti aiuterebbe la luce a filtrare tra gli alberi e ridurrebbe i rischi di danneggiamento quando il vento attraversa il bosco.

La faggeta rappresenta un ecosistema molto complesso, un intreccio delicato di relazioni. Gli alberi offrono ombra, regolando la luce che arriva al suolo e creando un microclima ideale per muschi, felci e piccoli arbusti. Le foglie che cadono si trasformano in nutrimento per funghi e insetti, che a loro volta diventano cibo per uccelli e piccoli mammiferi. In questo contesto, ogni creatura, grande o piccola, contribuisce con il suo compito. Persino ciò che appare immobile, come il legno morto, offre rifugio e sostegno per diverse forme di vita.

Il legno morto scrigno di biodiversità
Ogni volta che raggiungo la “mia” faggeta, mi fermo a salutare la Vecchia Signora — così l’ho sempre chiamata fin da bambina — un faggio plurisecolare che sembra accogliere i camminatori all’imbocco del sentiero 303. Arrivata ai suoi piedi, mi siedo e la osservo. Rimango affascinata dalla sua capacità di durare, perseverare, stare lì, resistere: il tronco scavato e privo del cuore ha continuato per anni a trasportare linfa dalle radici ai rami, ancora vivi. Qualche mese fa non ce l’ha fatta ed è caduta sotto il peso dei suoi anni. Un grande dispiacere non vederla più in piedi a indicare la strada da percorrere, ma certamente lì, distesa a terra, continua a vivere sotto altra forma.

Oggi sappiamo che il legno morto, un tempo visto come segno di cattiva gestione forestale, è in realtà un elemento fondamentale dell’ecosistema. La necromassa (foglie cadute, rami secchi, alberi caduti e alberi ancora vivi ma con parti marcescenti) è indispensabile per il ciclo dei nutrienti, la formazione dell’humus e la regolazione del microclima. In altre parole, anche dopo la caduta, la Vecchia Signora continua a sostenere la vita della faggeta, dimostrando quanto ogni elemento sia essenziale, anche se apparentemente senza vita.

Nelle foreste esso fornisce microhabitat preziosi per gli organismi saproxilici, ovvero quelle specie che, in qualche fase del loro ciclo vitale, dipendono dal legno morto o in decomposizione. La maggior parte di questa fauna è costituita da insetti, in particolare coleotteri. Alcuni si nutrono direttamente del legno (xilofagi), altri dei funghi che vi crescono (micofagi), mentre altri ancora vivono in relazione con altri organismi, instaurando complesse dinamiche di inquilinismo, parassitismo o predazione.

Molte specie di coleotteri saproxilici sono oggi minacciate dalla frammentazione e dal degrado degli ambienti naturali. Per questo alcune di esse sono incluse tra le specie protette a livello europeo dalla Direttiva Habitat (92/43/CEE), una normativa nata per tutelare gli ecosistemi e garantire la sopravvivenza delle specie animali e vegetali più vulnerabili.
Tra queste vi sono i Cerambicidi del genere Morimus, strettamente dipendenti dalla necromassa legnosa. Le loro larve crescono all’interno dei tronchi in decomposizione, nutrendosi del legno e scavando lunghe gallerie che favoriscono il naturale riciclo della materia organica. Gli adulti, incapaci di volare, risultano particolarmente vulnerabili: la deforestazione e le pratiche di “pulizia” forestale riducono drasticamente la disponibilità di substrati legnosi idonei, privandoli dei loro siti riproduttivi. Non potendo spostarsi facilmente, le popolazioni rimangono isolate in aree sempre più ridotte, fino a rischiare la scomparsa locale.
Altre specie tutelate dalla Direttiva Habitat sono Lucanus cervus, Osmoderma eremita, Cerambyx cerdo e l’affascinante Rosalia alpina, un cerambicide dal caratteristico colore azzurro con macchie nere e lunghe antenne striate. Vive nelle faggete vetuste e soleggiate, ricche di legno in decomposizione indispensabile allo sviluppo delle larve. Il suo ciclo vitale dura in media tre anni: gli adulti compaiono all’inizio dell’estate, emergendo dai tronchi attraverso inconfondibili fori di sfarfallamento.

Insetti saproxilici indicatori di biodiversità
La presenza di insetti saproxilici è un indicatore chiave della biodiversità e della complessità strutturale del bosco. Questi organismi svolgono un ruolo cruciale nel ciclo dei nutrienti e nella formazione dell’humus e la loro presenza testimonia la capacità dell’ecosistema di resistere e adattarsi ai vari cambiamenti.
Proteggerli significa anche salvaguardare la resilienza delle foreste di fronte all’aumento delle temperature e alla maggiore frequenza di eventi meteorologici estremi. Lasciare gli alberi a terra e preservare il legno morto rappresenta una strategia di conservazione efficace e limitare l’impatto umano, sia all’interno dei boschi sia lungo i margini, aiuterebbe a preservare l’autenticità di questi luoghi.

Da quando ho iniziato a studiare la Natura e a guardarla con occhi più attenti,ho compreso che la presenza o l’assenza di una specie in un determinato ambiente non è mai casuale. Ogni forma di vita è un ingranaggio perfetto, capace di dosare energie e risorse per sopravvivere. Ogni relazione contribuisce a un equilibrio invisibile, eppure essenziale. Tutto è “delicatamente” e “finemente” connesso, due avverbi che Homo sapiens sembra aver dimenticato.
Se solo ci accorgessimo del suo potenziale, anziché comprometterla, potremmo imparare da lei: a lasciare andare invece di trattenere, a usare coscientemente il nostro tempo, a immagazzinare e preservare le nostre energie, a trasformare cioè che sembra inutile in risorsa, ad accogliere i cambiamenti, a evolvere…
E da te, cara Vecchia Signora forse la lezione più importante: a durare, a perseverare, a stare lì. A resistere.
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