
di Federico Carini
Partiamo facendo un salto nel passato, 500 anni fa, quando un uomo di nome Joachim Bäldi, nato e cresciuto in Svizzera, divenne noto principalmente per due fatti.
Primo, fu uno dei più grandi promotori della riforma protestante sotto il movimento di Giovanni Beccaria a Locarno, nel Canton Ticino, e secondo, cosa che ci interessa di più al momento, istituì quella che viene considerata la prima riserva naturale in Europa.
Ci troviamo nel cuore della Svizzera, lontani dal lusso di St. Moritz e dalla vista del Matternhorn, la montagna-cartolina per eccellenza. Precisamente, siamo nel Cantone di Glarona (o Glarus in tedesco), uno dei cantoni meno popolati del Paese, quasi interamente montuoso.

Proprio qui si trova ancora oggi la riserva naturale istituita da Bäldi nel 1548, che prese il nome di Freiberg Kärpf, che tradotto letteralmente dal tedesco significa “La libera montagna di Kärpf”.
L’intera riserva consiste in un massiccio montuoso con la cima più alta, il Kärpf di 2965 metri, e un’area di 106 kilometri quadrati. Mettendolo in prospettiva, la sua superficie é circa un settimo del Parco del Grand Paradiso e un dodicesimo di quella dello Stelvio.

Nonostante le dimensioni relativamente ridotte, però, grazie all’alta concentrazione di specie che oggi ci vivono, rappresenta un luogo di estrema importanza per la biodiversità delle Alpi. Questo é uno dei motivi principali per cui l’ho scelto come luogo da esplorare a piedi insieme alla mia Nikon, per conoscere meglio le creature per le quali si é limitata la caccia, quasi 500 anni fa.
In controtendenza rispetto alla maggior parte di molti altri posti del pianeta, infatti, questa riserva ha visto nell’ultimo secolo un notevole arricchimento della sua biodiversità.

Nel 1948 sono tornati i cervi, riempiendo in autunno le valli con i loro bramiti.
Gli stambecchi, specie iconica delle Alpi e per me una delle più interessanti da fotografare, hanno dovuto invece aspettare il 1957.
Mentre per la maggior parte degli animali selvatici é necessario rendersi quasi invisibili per riuscire anche solo ad osservarli, con gli stambecchi basta avere la pazienza di aspettare, evitando movimenti improvvisi, e saranno loro a mostrarsi indisturbati, quasi dimenticandosi della presenza umana.


Anche i grandi rapaci si stanno riprendendo, anno dopo anno, i propri spazi. Non ci sono ancora conferme di nidificazioni di gipeto nella zona, ma si possono osservare esemplari giovani in esplorazione dalle valli limitrofe. I grifoni, invece, fanno visita ormai ogni estate arrivando dalla Spagna e dalla Francia, per poi tornare indietro a settembre.
L’aquila reale ha resistito negli anni, ed é comune osservarla durante le ore più calde della giornata, mentre sfrutta le correnti ascensionali alla ricerca di marmotte e altre prede.

L’animale più comune e con il quale ho passato più tempo é il camoscio, diventato anche il simbolo di questa riserva. Proprio il camoscio é stato anche uno dei motivi principali per cui si é deciso di proteggere l’area nel XVI secolo.
È necessario puntualizzare che l’intento di Bäldi nel 1548, non era quello di salvaguardare la biodiversità, in quanto valore universale, ma di renderla un’area di caccia esclusiva per gli aristocratici del tempo.
Questo è il motivo principale per cui l’uccisione indiscriminata di animali selvatici nell’area del Freiberg Kärpf fu vietata.
Il camoscio, infatti, nella Svizzera del tempo, veniva spesso usato come regalo di nozze tra famiglie nobili, proprio per la sua eleganza. Sia vivo, da poter mettere nella propria riserva personale, sia morto, come trofeo. L’idea di Bäldi era quindi quella di creare un’area che funzionasse come riserva di camosci, all’occorrenza.

Per riuscire ad osservare ogni stagione ho deciso di dedicare almeno un anno a conoscere il Freiberg Kärpf. I chilometri e i dislivelli che ho percorso sono stati molti, così come le uscite senza riuscire a scattare una foto. Anche le assenze degli animali mi hanno fatto capire molto del loro comportamento, aggiungendo un tassello alla scoperta di questo luogo.
Non credo si potrà mai dire di conoscere fino in fondo un posto come questo. Quando pensavo di aver trovato gli itinerari giusti, l’arrivo dell’inverno e le prime nevicate hanno reso alcuni posti inaccessibili, costringendomi a pianificare le uscite da capo. Lo stesso vale per il comportamento degli animali: cercare di capire quando gli stambecchi o le pernici preferiscono i versanti soleggiati rispetto a quelli in ombra, richiede quasi un lavoro investigativo.

Noi fotografi vorremmo avere sempre posti esclusivi a disposizione per i nostri scatti. Ripensando a quanto fatto da Bäldi quasi cinque secoli fa, questo non è troppo diverso all’egoismo e all’avidità di alcuni personaggi dell’epoca. Se oggi ammiriamo la natura di questi luoghi é anche grazie a loro.

Per concludere l’esplorazione di queste montagne e delle specie che le abitano, citerei un aneddoto in qualche modo collegato a uno dei miei incontri più particolari.
Siamo partiti dal 1548, ma facendo un salto in avanti di quasi 400 anni, molti conosceranno la storia di Francesco Ferdinando e di come la sua morte nel 1914 diede inizio ad una serie di eventi che sfociarono nella prima guerra mondiale.
Meno noto é il fatto che lo stesso Francesco Ferdinando, meno di un anno prima, nell’estate del 1913, sparò e uccise un camoscio bianco durante una battuta di caccia.
Secondo una leggenda svizzera, chi uccide un camoscio bianco è destinato a morire entro un anno.

