
di Giuseppe Pugliese
La “dolce mobilità” nell’immagine di una bicicletta può diventare un potente strumento di riscoperta delle specificità territoriali e culturali, nonchè per una loro riconnessione in inedite e virtuose reti. Il cicloturismo e il bikepacking, infatti, vengono sempre più interpretati non soltanto come pratiche sportive o di svago, ma anche come esperienze immersive, capaci di generare valore condiviso, preservare l’ambiente, rafforzare i legami tra le persone e restituire dignità ai territori marginali, all’insegna del rispetto di tutto ciò che li anima ed arricchisce. Grazie al cicloturismo, ci si auspica poi che il turismo possa evolvere verso forme di “geoturismo”.
L’idea del geoturismo è nata con Jost Krippendorf, un professore dell’Università di Berna che sosteneva la necessità di un’alternativa al turismo di massa, che chiamava “turismo dolce” o “turismo più morbido”. Il concetto di geoturismo si basa sull’idea di preservare l’ambiente e le culture locali. David Weaver, uno dei più importanti portavoce del geoturismo, lo definisce “la principale differenza tra la vecchia e la nuova forma di turismo” consistente nello spostare l’attenzione dal benessere del turista al benessere della comunità ospitante. E magari arriverà un giorno in cui ognuno di noi penserà di piantare una pianta nei luoghi che sta visitando piuttosto di cogliere un fiore da portarsi a casa. L’inizio sta nel pedalare lentamente per vivere meglio il viaggio senza lasciare “l’impronta” del proprio passaggio.

Cicloturismo e bikepacking: quali le differenze?
Negli ultimi anni, la bicicletta è tornata a essere più di un semplice mezzo di trasporto: è diventata uno strumento di libertà, sostenibilità e scoperta allo stesso tempo. Ma c’è una nuova tendenza che sta conquistando sempre più appassionati: il cicloturismo lento, un modo di viaggiare che privilegia la calma, l’incontro e la connessione con la natura e con il territorio.

Dalle ciclabili alle ciclovie, dagli itinerari tematici a quelli storico-culturali e naturalistici, le opzioni per esplorare l’Italia con i suoi magnifici paesaggi e la sua infinita rete di borghi non mancano e sono il terreno ideale per questa filosofia di viaggio.
Questa evoluzione del concetto di viaggiare ha, inevitabilmente, impattato negli anni anche il principale mezzo utilizzato: la bicicletta. Oggi il mercato offre bici per ogni specifica tipologia di escursione e per ogni itinerario; il ciclo-viaggiatore può quindi finalmente contare sul mezzo più adeguato e adatto alle proprie esigenze.
Tra tutte, la bici “gravel” è la tipologia di bici che sta spopolando sempre più in questa modalità di utilizzo. Infatti, è una versione di bicicletta versatile progettata per affrontare una vasta gamma di terreni combinando elementi delle bici da strada e delle mountain bike. È ideale per chi ama esplorare strade sterrate, sentieri battuti, brecciate (da cui il nome “gravel”, che in inglese significa “ghiaia”) e lunghi percorsi su asfalto, senza dover cambiare mezzo. Per questo motivo è la compagna perfetta per chi cerca libertà, avventura e una sola bici capace di affrontare tutto: dall’asfalto cittadino ai percorsi più remoti.

Ma che differenza c’è tra i ciclisti in bikepacking e i cicloturisti? Si tratta fondamentalmente di due diverse concezioni, due diverse “anime”, se così le possiamo definire, afferenti entrambe alla sfera dei “ciclisti viaggiatori”. In inglese, “bikepacking” si riferisce a un tipo di viaggio in bicicletta che combina il ciclismo con il campeggio minimalista. I “bikepackers” percorrono lunghe distanze, spesso su strade sterrate o sentieri accidentati, portando con sé esclusivamente il necessario per il viaggio in borse speciali, attaccate direttamente alla bicicletta. Il bikepacking è diverso dal cicloturismo tradizionale, che di solito prevede l’utilizzo di biciclette touring con portapacchi e borse laterali più grandi. Il bikepacking è più leggero e snello, consentendo ai ciclisti di esplorare con agilità e disinvoltura anche i percorsi più impegnativi e remoti.
La chiave di tutto è dunque il minimalismo, la capacità di ridurre l’ingombro e il peso così da garantire una maggiore agilità nella pedalata, mantenendo la massima efficienza soprattutto in salita e sui terreni accidentati o sui single track.

Il Bikepacking, tuttavia, non è solo un assetto di viaggio in bici ma anche una vera e propria filosofia del viaggiare in modo molto spartano nella scelta di cosa portarsi dietro, ma anche nell’essere pronti ad affrontare qualsiasi tipo di percorso e impresa. Bikepacking significa sentirsi un po’ più nomadi del solito per vivere un’avventura fuori dalla comodità della vita quotidiana.
Qual è allora la differenza con il cicloturismo tradizionale, semmai dovesse esistere davvero?
Il cicloturismo, sia in bikepacking che nella sua forma tradizionale, è una splendida modalità per esplorare il mondo su due ruote, consentendo al ciclista di immergersi completamente nella natura e nella cultura dei luoghi visitati. Non esisteuna distinzione dogmatica tra i due stili di viaggio, poiché entrambi partono dallo stesso desiderio di libertà e scoperta, spingendo il ciclista fuori dalla propria comfort zone e offrendo esperienze uniche e indimenticabili.”
In molti descrivono il bikepacking più come una tendenza, una moda del momento fatta per un’utenza di ciclisti un po’ “randonneur” ed alla ricerca di quel senso di avventura in più, tanto da distinguerla da quella dei cicloturisti tradizionali. “È innegabile che il bikepacking offra diversi vantaggi tecnici, come una migliore distribuzione del peso sulla bici, maggiore agilità e la possibilità di affrontare terreni più impegnativi. Tuttavia, ha anche dei contro, dato che smontare e rimontare le borse dal telaio richiede un tempo maggiore rispetto a quello richiesto dalle borse tradizionali che si estraggono in pochi secondi” ed una capacità di carico, specialmente in determinati assetti “light”, più limitata di quella del cicloturismo tradizionale.
In definitiva, che si scelga il cicloturismo tradizionale o il bikepacking, l’importante è l’emozione del viaggio in sé, l’incontro con nuove culture, la scoperta di nuovi paesaggi e la conoscenza di nuove persone.
A unire però le due anime dei ciclo-viaggiatori è la sensazione di libertà che solo un viaggio in bicicletta può offrire. Infatti, entrambi i modi di viaggiare rispondono alla stessa chiamata del vivere esperienze autentiche, permettendo di esplorare i luoghi da una prospettiva unica e coinvolgente.
Se il mondo va di fretta, il ciclo-viaggiatore si prende i suoi tempi. Non conta tanto quanto sia la distanza percorsa ed il tempo di percorrenza, ma come si vive il viaggio. Le tappe spesso prevedono soste ravvicinate anche solo per scattare una fotografia o osservare un tramonto, i tempi si dilatano con serenità e ogni sosta è un’occasione unica per osservare un particolare, assaporare una specialità locale o conversare con un anziano del luogo. In questo senso, il viaggio lento in bicicletta diventa una forma di “resistenza culturale”: un invito a riappropriarsi del tempo e dello spazio e a “riconnettersi” con i cicli della natura, con le tradizioni locali e con sé stessi.
Cicloturismo e bikepacking quali motore dello sviluppo sostenibile e del settore della bike economy
“Il viaggiare lento”, oltre che una filosofia e tendenza in voga tra le varie tipologie di turismo attivo, può contribuire fattivamente, seppur limitatamente a determinati settori di mercato, al risveglio economico e sociale dei piccoli borghi rurali e montani, valorizzandone le identità territoriali e contrastando il fenomeno dello spopolamento e dell’invecchiamento della popolazione montana e la più ampia recessione economica nei tradizionali settori manifatturieri in Italia.
Infatti, “Bici e natura” si è visto essere il binomio perfetto per poter stabilire una crescita economica sostenibile, la cosiddetta “economia della lentezza”, come amo definirla io, anche nel mio libro “Economia della lentezza: Cicloturismo e Bikepacking, le nuove frontiere della bikenomics”, termine coniato per illustrare la perfetta simbiosi che viene a stabilirsi nel cicloturismo tra il lento ritmo del viaggio in bicicletta ed il ritmi dei cicli della natura e delle stagioni. Infatti, in molti casi le risposte del mercato della bicicletta sono diventate motore di sviluppo e modello del turismo sostenibile, “la via lenta” ma duratura da intraprendere per l’inversione del trend di spreco di risorse, l’attivazione della resilienza dei territori ed il risveglio delle economie locali. In alcuni contesti, in cui la maggior parte del reddito pro-capite deriva da settori saturi quali principalmente quello industriale, il cicloturismo può contribuire in maniera determinante alla riattivazione di circoli virtuosi nell’ alimentazione e scambio di valore in altri settori economici strategici, per uno sviluppo sistemico ed integrato. In altri contesti, principalmente quelli a forte vocazione rurale e montana, spinti dai venti del risveglio economico post covid-19, il cicloturismo può addirittura diventare strumento di contrasto all’abbandono e di inversione del trend di involuzione demografica. L’elemento conduttore in tutti i casi, è la bici come stile di vita per una visione integrata di sviluppo sostenibile, turismo esperienziale e promozione del territorio.
Numerose sono le iniziative che ogni anno spuntano sul mercato proposte “dal basso” da associazioni, appassionati, amanti del ciclismo e della natura che, nel mio libro analizzo anche mediante l’illustrazione di casi concreti di successo, dalla recente manifestazione “Molise Trail”, una “bike experience” alla scoperta di una “regione che non esiste”, alla sua prima edizione, al più noto itinerario storico del “Cammino dei briganti”, sino alle leggendarie “Eroica”, storica cicloturistica sulle strade bianche nelle terre del Chianti, e della Transcontinetal Race, una delle sfide agonistiche più dure al mondo che vede attraversare in bicicletta itinerari transfrontalieri estremi.
La stragante maggiorparte di questa tipologia di eventi in Italia nasce “dal basso” come frutto esclusivo dell’iniziativa privata. Infatti, il rapporto 2025 dell’Osservatorio di Unioncamere sottolinea, l’assenza di una strategia di sistema a livello nazionale che ci auspichiamo possa presto essere intrapresa. Tuttavia, le eccezioni non mancano, come avvenuto in Abruzzo con l’inaugurazione della “Ciclabile Vai Verde Costa dei Trabocchi” e con la recentissima approvazione del progetto della “Pista Ciclabile Naturale del Gran sasso”, esempi virtuosi di sviluppo territoriale sostenibile voluto e supportato in maniera adeguata da istituzioni pubbliche e private.

E’ nel turismo sostenibile come nella riscoperta delle identità territoriali che possono essere trovate molte delle risposte per una ripresa economica ben distribuita tra il tessuto imprenditoriale locale, una ripresa equilibrata e sostenibile quanto duratura negli anni. Infatti, l’economia della bicicletta, nota anche come “bike economy”, è uno dei settori dell’economia sostenibile in continua espansione ed un settore in grado di integrare mobilità sostenibile, innovazione industriale, turismo, benessere collettivo e sociale. Nel 2025, questo comparto si conferma come un pilastro strategico per la transizione ecologica e lo sviluppo economico, sia in Italia che a livello globale. E, il cicloturismo, ne è una branca in forte fermento ed espansione.
Come tutte le forme di “slow economy” (slow food, slow wine, slow city, etc.), anche il turismo lento o “slow tourism”, è un modello che ridefinisce la crescita economica ponendo al centro il tempo come risorsa preziosa e limitata, in contrapposizione al ritmo sempre più insostenibile della globalizzazione. Esso alimenta e promuove le produzioni locali, le filiere corte, i prodotti e le identità territoriali, le bellezze e le culture locali, contribuendo così a creare valore sociale e ambientale.
L’economia della lentezza è quindi in estrema sintesi un encomiabile modello di sviluppo economico territoriale per il rilancio dei piccoli borghi rurali e per il contrasto all’abbandono dei territori montani, un nobile modello di crescita economica sostenibile alternativo alla globalizzazione economica e produttiva che ha invece prepotentemente invaso le nostre abitudini, le nostre vite, i nostri territori, spesso saccheggiandoli e plasmandoli sulle orme del modello consumistico. Tuttavia, per far si che l’economia della bicicletta e più in generale il turismo sostenibile diventino un modello di sviluppo sistemico che possa davvero allargarsi ad altri settori e diffondersi geograficamente sull’intero territorio nazionale piuttosto che solo localmente, è però essenziale investire con urgenza e priorità sui fattori di sviluppo identificati come prioritari dalla letteratura: dall’offerta educativa nelle scuole e nelle università, alla promozione attiva e su canali anche internazionali delle eccellenze ed identità dei vari contesti socio-economici locali. Sono dunque ancora numerosi i fronti su cui intervenire.

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