Scienza, balene e conflitti polarizzati alle isole Faroe. Quando la conservazione incontra le tradizioni, le risposte semplici non bastano.

di Beatrice Nervo
Questa è una storia diversa dalle altre. A luglio sono andata alle Isole Faroe, perle disperse nell’Atlantico del Nord. Volevo comprendere meglio questo arcipelago, sospeso tra mare e cielo, e tra le letture mi sono imbattuta nel nome di una scienziata che mi ha subito colpito: Dorete Bloch. Avrei voluto incontrarla, intervistarla, fotografarla, ascoltare le sue riflessioni su un territorio che non concede molto facilmente il proprio segreto. Ho scoperto, purtroppo, che è scomparsa qualche anno fa. Ma ho voluto comunque seguire le sue tracce perché è una storia che merita di essere raccontata.
Nata in Danimarca nel 1943, Dorete si trasferì alle Faroe quando aveva poco più di trent’anni e lì trascorse gran parte della sua carriera. Laureata in zoologia all’Università di Aarhus, conseguì nel 1994 un dottorato a Lund con una tesi sul globicefalo comune (Globicephala melas), la balena pilota che ancora oggi popola in grandi numeri le acque del Nord Atlantico. La Bloch raccolse dati sull’età e la struttura sociale degli animali coinvolti nelle cosiddette grinds, le cacce cooperative di queste balene nelle Isole Faroe. A Tórshavn, la capitale, divenne direttrice del Museo di Storia Naturale e per anni rappresentò le isole nella Commissione Scientifica della NAMMCO, l’organizzazione internazionale che coordina la gestione dei mammiferi marini nell’area nordica.

Più mi documentavo su questa ricercatrice, più realizzavo che Dorete non era solo una zoologa: era una donna capace di ispirare colleghi, studenti e artisti. Non a caso, nel 2010 le fu dedicato il volume Dorete – Her Book, una raccolta di saggi, articoli scientifici e contributi personali. Un omaggio alla sua scienza, alla sua generosità nei confronti dei numerosi ricercatori che approdavano sull’isola e al suo amore per la natura faroese.
Dalla fauna locale alle specie invasive, dall’inquinamento marino alla controversa caccia ai cetacei, la sua ricerca ha abbracciato molti aspetti dell’ecologia di queste isole. Collaborò a francobolli, atlanti, guide naturalistiche. “In cosa non ha lavorato Dorete Bloch?”, si chiedevano i colleghi.




È una terra potente e severa, che non si concede facilmente. Ma quando lo fa, offre uno spettacolo indimenticabile. Sull’isola ho visto uno dei tramonti più belli della mia vita. Quando il sole arancione sbuca tra le nuvole, evento tutt’altro che frequente, adulti e bambini corrono sulle scogliere a picco sul mare per assaporare quel momento.



Non tutti, però, ne rimangono conquistati: Carl Julian von Graba, avvocato e ornitologo tedesco che visitò le isole nel 1828, pur affascinato dalla ricchissima avifauna e dalle tradizioni locali, scrisse alla fine del suo diario (che Darwin stesso consultò per L’origine delle specie): “Nach Färö reise ich aber nicht zum zweitenmale”: non tornerò una seconda volta.


Dorete Bloch, invece, scelse di restare. Quando arrivò sulle Faroe, il 15 ottobre 1974, si immerse subito nella vita scientifica e nella comunità dell’arcipelago, da cui fu accolta serenamente.
Per comprendere davvero il suo lavoro bisogna guardare al contesto. Le Faroe, diciotto isole di origine vulcanica e glaciale a nord delle Shetland, tra Islanda e Norvegia, contano circa 55.000 abitanti e sono state colonizzate un migliaio di anni fa da norvegesi e orcadiani. Con un’agricoltura adatta solo a piccoli campi di patate e all’allevamento ovino (fær, in faroese, significa pecora), la sopravvivenza è sempre dipesa dal mare e dalla pesca.



Negli anni Novanta, una crisi prolungata del settore ittico fece salire la disoccupazione al 26%, spingendo molti a emigrare. Oggi, nonostante una parziale ripresa, l’economia delle Faroe resta vulnerabile e dipende ancora in gran parte dalla pesca. In questo scenario, la caccia tradizionale alle balene pilota – grindadráp – ha assunto un ruolo che va oltre la mera utilità alimentare. Un tempo risorsa essenziale nei periodi in cui era difficile uscire in mare, oggi viene difesa come simbolo identitario, anche se la carne, nella maggior parte dei casi, non è più necessaria alla sopravvivenza.
Isolamento e distanza hanno contribuito a rafforzare l’identità faroese, visibile nei rituali collettivi come il festival di Tórshavn, conclusosi poco prima del mio arrivo. Danze a catena, ballate, racconti, costumi tradizionali e musica folk vengono eseguiti con orgoglio, in un clima di forte appartenenza. Dalla seconda metà dell’Ottocento è cresciuto un movimento nazionalista ispirato al romanticismo nordico, che ha portato al riconoscimento ufficiale della lingua e della cultura faroese negli anni Trenta. In questo contesto, anche il grindadráp è stato romanticizzato come simbolo di coraggio e resistenza: un rituale che lega uomo e natura, parte integrante dell’identità nazionale.



Il grindadráp è una pratica antica, regolata da secoli. Le statistiche risalgono al 1584, e dal 1708 sono praticamente ininterrotte, rendendola la più lunga tradizione documentata di caccia alle balene al mondo. Dal 1832 esistono regolamenti ufficiali, che ancora oggi vengono aggiornati dal Ministero della Pesca. Ogni isola è divisa in distretti, e in 23 baie designate le balene possono essere spinte a riva dalle barche e abbattute con lance spinali. La carne viene poi distribuita tra le famiglie della comunità, senza profitto individuale.
Per la popolazione, questa tradizione è un collante sociale, in cui ognuno dà il contributo che può e la risorsa è distribuita ai partecipanti e ai residenti della baia dove si è svolta la caccia.
“Il branco più grande mai registrato contava 1200 animali, anche se la media si aggira sui 140 individui”, scrive Dorete in uno dei suoi articoli.
Ed è proprio sui globicefali che Bloch concentrò gran parte della sua carriera. Coordinò programmi di cattura e marcatura, studiò i loro movimenti con trasmettitori satellitari, ne analizzò la dieta e la genetica. Scoprì che i branchi non erano entità chiuse, ma si spostavano su aree molto più ampie di quanto si credesse, suggerendo che la popolazione complessiva sfruttata fosse maggiore e che la pressione della caccia non fosse insostenibile.
Analizzò le ossa dei crani, le relazioni di parentela matrilineari, le connessioni tra abbondanza di calamari e frequenza delle catture. Il suo lavoro ha fornito una base scientifica indispensabile per comprendere la specie e per gestirne le popolazioni nel lungo periodo.
I numeri aiutano a capire la portata della caccia. Nel 2007, la NAMMCO, coordinata da Dorete, stimava circa 128.000 globicefali nell’Atlantico del Nord; più recentemente se ne sono stimati circa 344.000. A partire dal 2000, le catture annuali si aggirano attorno ai 636 individui, circa lo 0,002% della popolazione conosciuta. La IUCN li classifica ancora oggi come “a rischio minimo”, pur segnalando che le conoscenze restano limitate.
Alla luce di questi dati, per i faroesi il grindadráp è sostenibile; per gli ambientalisti internazionali è invece una strage inutile.
Negli stessi anni in cui Dorete svolgeva le sue attività di ricerca, la scena internazionale si accendeva.
Negli anni ’70, lo sviluppo di movimenti ambientalisti e animalisti, unito alla globalizzazione e ai media di massa, trasformò radicalmente la percezione internazionale di questa pratica. Negli anni ’80 e ‘90, il grindadráp iniziò a essere al centro di forti dibattiti etici e culturali, e la crudeltà di questa attività venne denunciata da diverse organizzazioni ambientaliste.
Tra queste, la Sea Shepherd Conservation Society, che nel 2014 lanciò l’operazione GrindStop. Gli attivisti descrivevano i cacciatori come “serial killer”, parlavano di “tradizione barbara” e chiedevano un’immediata abolizione. Paul Watson, attivista canadese e allora presidente della SSCS, affermava: “Togliere la vita a un essere intelligente, consapevole di sé, selvaggio e senziente è omicidio, e ogni giustificazione inventata dai carnefici o da chi simpatizza con loro non cambia questo fatto”. Dal punto di vista faroese, invece, Sea Shepherd rappresentava un’ingerenza esterna, un imperialismo ecologico che pretendeva di imporre valori estranei a una piccola comunità periferica. Così rispondeva un cittadino agli attivisti: “Siete voi che avete inquinato i pesci, voi che avete inquinato le balene, e ora venite qui a imporci il vostro stile di vita!”.
Per i locali, la caccia è una pratica regolamentata, parte della loro identità culturale e non capitalista, dal momento che la carne viene distribuita gratuitamente. In questo scontro estremamente polarizzato, le posizioni intermedie sono state quasi cancellate. Gli attivisti locali contrari alla caccia, spesso anche per ragioni legate alla salute pubblica, visto che la carne di balena contiene metalli pesanti e inquinanti, si sono trovati schiacciati tra due visioni inconciliabili: da un lato il nazionalismo identitario che difende il grindadráp come simbolo; dall’altro la condanna morale assoluta degli attivisti internazionali. Non sorprende che, secondo un sondaggio del 2014, il 77% della popolazione faroese dichiarasse di voler continuare la caccia.

L’idoneità della carne di balena è un nodo cruciale nel dibattito sul grindadráp.
Già dalla fine degli anni ’70, Dorete Bloch e colleghi avevano segnalato l’elevata presenza di mercurio e PCB (policlorobifenili) nella carne e nel grasso dei globicefali. Questi inquinanti persistenti si accumulano nei tessuti grassi, si concentrano lungo la catena alimentare (biomagnificazione) e arrivano fino all’uomo (bioaccumulo), con effetti gravi: danni al fegato, al sistema immunitario, endocrino e nervoso, possibili effetti cancerogeni e rischi per la riproduzione e lo sviluppo fetale. Per questo, il consumo è oggi sconsigliato a donne incinte e bambini.
Il grindadráp è sempre stato difeso come pratica comunitaria e paritaria, un modo per distribuire cibo locale e nutriente. Ma proprio questa base oggi vacilla: la carne è tossica.
Gli oppositori sottolineano l’assurdità di cacciare animali non commestibili. La società faroese è alla ricerca di un equilibrio, ma la pressione internazionale complica la transizione.
L’accumulo di inquinanti è indicato come la causa più probabile della futura fine del grindadráp, e diversi studi raccomandano di eliminare il consumo di carne di globicefalo. Oggi l’Autorità alimentare faroese consiglia agli adulti di non superare un pasto al mese: un cambiamento netto rispetto al passato, quando questa carne era considerata salutare. Ma il dibattito resta aperto anche su altri fronti.
Negli ultimi anni, studi veterinari hanno sollevato seri dubbi sui metodi di abbattimento.
Le barche, un tempo in legno, oggi spesso in vetroresina e motorizzate, circondano il gruppo di cetacei e li guidano verso una baia o un fiordo poco profondo, lanciando pietre legate a corde per bloccarne la fuga. I cetacei vengono spiaggiati e uccisi con metodi tradizionali, senza alcuno stordimento preventivo. Il processo prevede l’inserimento di un gancio nel sacco d’aria vicino allo sfiatatoio, per trascinare l’animale su una zona sabbiosa. Questo gancio può essere molto doloroso, perché la zona è sensibile e può ostacolare la respirazione.
Poi l’animale viene ucciso con una lama o una lancia spinale inserita tra lo sfiatatoio e la pinna dorsale, con l’intento di recidere il midollo e i vasi principali, causando paralisi e morte rapida.
Alick Simmons, nel suo articolo del 2024, scrive: “La lancia spinale non sempre recide il midollo, non sempre interrompe subito il flusso sanguigno al cervello, e la paralisi non garantisce incoscienza. L’uso dell’uncino per trascinare gli animali e l’assenza di stordimento sollevano seri dubbi sulla sofferenza inflitta. La letteratura mostra chiaramente che la cattura di massa provoca stress fisiologico e sociale nei cetacei, animali con una vita mentale complessa. È difficile quindi conciliare il grindadráp con i moderni criteri di benessere animale. Inoltre, la recisione del midollo spinale è vietata nell’UE come metodo di contenimento per gli animali da allevamento e non è considerato un modo adeguato all’abbattimento.”
Questo recente articolo ha spinto la studiosa e conservazionista Jane Goodall a scrivere una lettera aperta al governo e al popolo faroese, chiedendo l’interruzione della pratica: “Pur riconoscendo il valore di molte tradizioni, invitiamo le Isole Faroe a riflettere profondamente e, infine, ad abolire questa pratica crudele. Come altre culture hanno saputo abbandonare tradizioni dannose per gli animali, come l’uso della bile di orso o il consumo di carne di cane, speriamo anche qui in un cambiamento positivo, che potrà senza dubbio portare anche nuove opportunità turistiche per le vostre splendide isole.”
Seguendo le tracce della vita di Dorete e studiando la sua ricerca, si sono via via aperti cassetti sulla conoscenza dell’arcipelago e, soprattutto, sulla complessità del dibattito che circonda il grindadráp. Ho letto articoli scientifici di stampo ecologico, ma anche articoli etnologici e di ecologia politica.
È un argomento estremamente complesso, che non merita di essere trattato con degli slogan, ma compreso e discusso. Raccontare questa pratica solo come massacro o solo come tradizione significa rinunciare a coglierne la complessità. Ho compreso che le posizioni estreme non sempre portano a risultati attesi. Anzi, spesso inaspriscono i conflitti e portano a una polarizzazione che rende il dialogo impossibile.

La storia di Dorete Bloch e del grindadráp mostra come la conservazione non sia solo una questione biologica o morale, ma anche culturale, sociale e politica.
Per affrontare questa complessità, la scienza ha sviluppato l’approccio delle human dimensions: integrare dati ecologici con la comprensione dei valori e dei comportamenti umani. Perché proteggere una specie significa anche capire chi la vive, chi la caccia, chi la difende. Nei conflitti tra cultura, natura e scienza non esistono risposte facili.
Le Isole Faroe sono un esempio estremo ma emblematico: una comunità che, sotto pressione globale, difende pratiche antiche in nome dell’identità. E non sono sole. Ovunque, la conservazione è diventata un terreno di attriti tra tradizione e cambiamento, tra memoria e giustizia ambientale.
Dorete Bloch ci ha insegnato che studiare una realtà non significa approvarla o condannarla, ma comprenderla fino in fondo, senza cedere né al romanticismo né alla demonizzazione. Si può abitare un luogo senza idealizzarlo, ascoltare senza aderire.
Di fronte a temi che polarizzano, una gestione sostenibile della natura richiede ascolto, conoscenza condivisa e la capacità di abitare le zone grigie. Anche quando le posizioni estreme sembrano inevitabili, il vero cambiamento, spesso, non nasce dallo scontro, ma dalla conoscenza paziente.
Nelle Isole Faroe, come altrove, le tradizioni che sopravvivono sono spesso quelle capaci di trasformarsi. Resta da capire se questa trasformazione arriverà in tempo, e se sapremo riconoscerla quando accadrà. Ci sono storie che non danno risposte immediate, ma aprono al dibattito e alla complessità.
Se vuoi saperne di più
- Bloch, D. (2007). Pilot whales and the whale drive. Tórshavn: H.N. Jacobsens Bókahandil.
- Bloch, D., & Lastein, L. (1995). Modelling the school structure of pilot whales in the Faroe Islands, 1832–1994. In Developments in marine biology (Vol. 4, pp. 499-508). Elsevier Science.
- Bloch, D., Heide‐Jørgensen, M. P., Stefansson, E., Mikkelsen, B., Ofstad, L. H., Dietz, R., & Andersen, L. W. (2003). Short‐term movements of long‐finned pilot whales Globicephala melas around the Faroe Islands. Wildlife Biology, 9(1), 47-58.
- Caputo-Nimbark, R. (2022). “Orgy of blood” vs “getting food on the table”: Negotiating essentializing discourses around the Faroese grindadráp. Ethnologies, 44(2), 177-202.
- Dam, M., & Bloch, D. (2000). Screening of mercury and persistent organochlorine pollutants in long-finned pilot whale (Globicephala melas) in the Faroe Islands. Marine Pollution Bulletin, 40, 1090–1099.
- Fielding, R. (2010). Environmental change as a threat to the pilot whale hunt in the Faroe Islands. Polar Research, 29(3), 430-438.
- Heilsufrøðiliga Starvsstovan. (2011). Dietary recommendation on the consumption of pilot whale meat and blubber.
- Pike, D. G., Gunnlaugsson, T., Desportes, G., Mikkelsen, B., Víkingsson, G., & Bloch, D. (2019). Estimates of the relative abundance of long-finned pilot whales (Globicephala melas) in the Northeast Atlantic from 1987 to 2015 indicate no long-term trends. NAMMCO Scientific Publications, 11.
- Simmons, A. (2024). Capture and killing of small cetaceans in the Faroe Islands is inhumane and offers little scope for improvement. Frontiers in Marine Science, 11, 1368524.
- Singleton, B. E. (2016). Love-iathan, the meat-whale and hidden people: Ordering Faroese pilot whaling. Journal of Political Ecology, 23(1), 26-48.
- Singleton, B. E., & Fielding, R. (2017). Inclusive hunting: Examining Faroese whaling using the theory of socio-cultural viability. Maritime Studies, 16(1), 6.
- Watson, P. (2014). Note to all the pro-whale murdering Sea Shepherd haters in the Faroe Islands. Sea Shepherd Conservation Society.
- Workman, M. (2014). Q&A with Sea Shepherd. Faroepodcast.


