Il pianeta azzurro


di Valerio Morabito

Illustrazioni di Valeria Serena Chiarini

del collettivo “In a Seashell

In questa raccolta di articoli viaggeremo dalla superficie agli abissi alla scoperta dei loro segreti. La rubrica è ideata e sviluppata da In a Seashell, un collettivo di giovani ricercatori e artisti che mira a divulgare la scienza e la conservazione naturale in modi nuovi e innovativi.

Schema della suddivisione dei piani marini. Illustrazione di Valerio Morabito.

Il 12 aprile del 1961, a bordo della navicella spaziale Vostok 1, il cosmonauta sovietico Jurij Gagarin osserva per la prima volta la Terra dallo spazio: “la Terra è azzurra”. Con questa, apparentemente, semplice frase Gagarin segnerà per sempre la nostra percezione del pianeta su cui viviamo.

Un Pianeta azzurro, una biglia blu nel Sistema Solare, possiamo così definire in maniera evocativa la Terra. Oltre il 70% della sua superficie è costituita d’acqua, rendendola lo spazio abitabile più grande del nostro pianeta. Proprio qui riscontriamo la maggior quantità di vita rispetto a qualsiasi altra parte della Terra.

“The Blue Marble”, Harrison Schmitt, 1972

Per quanto il nostro mondo sia prevalentemente composto d’acqua, le nostre conoscenze sugli ambienti marini sono in continuo aggiornamento: il 92% degli oceani resta, di fatto, per ora inesplorato. Può sembrare assurdo, ma ad oggi ci sono state più persone che hanno potuto poggiare un piede sulla Luna di quelle che hanno visitato i fondali marini e oceanici: si stima che gli esploratori siano riusciti ad osservare meno dello 0,001% del fondale oceanico profondo. L’ambiente marino si definisce profondo a partire dai 200 metri sotto il livello del mare. Poiché oltre il 90% degli oceani è oceano profondo: c’è ancora moltissimo da esplorare.

Cosa sappiamo di questi ambienti oscuri, che da sempre risultano ai nostri occhi così misteriosi e lontani? Cosa si cela nel buio degli abissi e, soprattutto, cosa ci lega a questi ambienti? Lo abbiamo voluto chiedere a Marzia Bo, Professoressa associata del Dipartimento di scienze della terra, dell’ambiente e della vita (DISTAV) e a Giorgio Bavestrello, Professore ordinario di Zoologia e Titolare della cattedra di Zoologia ed Etologia, dell’Università di Genova.

Cosa sono i fondali profondi? Come possono essere definiti?

Marzia Bo: Ci sono vari criteri per definire il mare profondo, quello più tradizionalmente accettato è la batimetrica dei 200 m, che segna il confine ideale tra l’ambiente fotico della piattaforma continentale, in cui avviene la fotosintesi, e quello afotico, con un margine di un centinaio di metri di transizione. 

Giorgio Bavestrello: Si tratta di ambienti in cui la luce non penetra mai e quindi non c’è nessuna produzione primaria basata sulla fotosintesi. C’è, però, un aspetto umano che caratterizza la ricerca sui fondi profondi. Per ogni biologo marino questi ambienti sono soprattutto una sfida e una grande avventura. Si tratta di ambienti noti quanto la superficie della luna, popolati da creature straordinarie che l’evoluzione, grazie ad adattamenti imprevedibili, ha reso capaci di vivere in condizioni estreme di luminosità, pressione e carenza di cibo.

Come veniva effettuato lo studio del deep sea in passato e come viene effettuato invece oggi? Come funziona un ROV?

Marzia Bo: Agli inizi, la maggior parte delle informazioni  proveniva dalla pesca, soprattutto dallo strascico di profondità, che, almeno oggi, può operare fino a 2000 m in ambiente oceanico e fino a 600-700 m in Mediterraneo. In concomitanza con la corsa allo spazio, il dopoguerra ha visto un grande fermento per lo sviluppo tecnologico e industriale che ha interessato anche l’esplorazione delle profondità marine. Dai primi batiscafi, si è poi passati a mezzi meno costosi e rischiosi che permettono di lavorare più a lungo e più in sicurezza: i ROV (Remotely Operated Vehicle). Il ROV classico ha 4 o 6 motori, una telecamera ad alta risoluzione ed il tracciamento che permette di far vedere in tempo reale la posizione del ROV al pilota, il quale può quindi orientarsi su una mappa, registrando un video e raccogliendo campioni.

Esempio di ROV, illustrazione di Valeria Serena Chiarini

Che cosa conosciamo del Mediterraneo profondo? Chi sono gli abitanti profondi più noti nel bacino mediterraneo?

Marzia Bo: In Mediterraneo sono state censite circa 17000 specie: il conteggio   delle specie profonde, che vivono esclusivamente o semi-esclusivamente sotto i 200 m, è di circa 1000 specie. I ricercatori del passato avevano censito moltissime specie di questo migliaio, soprattutto pesci e crostacei, target della pesca, ma anche spugne e cnidari.

Perché è importante conoscere questi ambienti? Che legame abbiamo con questi luoghi estremi?

Giorgio Bavestrello: Come in ogni aspetto della ricerca la prima ragione per conoscere questi ambienti è legata alla soddisfazione della curiosità dei ricercatori. Come Aristotele ci ha insegnato, è il fascino che guida la ricerca e, indubbiamente, il fascino destato dagli ambienti profondi è veramente straordinario. Ovviamente ogni ricerca ha una quantità di imprevedibili applicazioni tecnologiche che possono, per esempio, riguardare molecole con proprietà biologiche peculiari. Inoltre la conoscenza dei processi che avvengono su questi fondali può cambiare le ipotesi su questioni molto generali. Uno degli scopi dichiarati della fondazione della Stazione Zoologica di Napoli era la ricerca, negli abissi marini, delle prove della teoria darwiniana dell’evoluzione. Quando vennero scoperte le comunità delle sorgenti idrotermali fu sviluppata una teoria molto convincente sulle condizioni in cui si è verificata l’origine della vita. Infine gli ambienti profondi devono essere conosciuti per essere protetti. In molti casi la distruttiva pesca a strascico profonda è arrivata prima della ricerca cancellando ambienti molto prima che fossero conosciuti da un punto di vista scientifico.

Quali altre minacce interessano questi luoghi? Quali sono le sfide future per custodire e preservare le specie e gli habitat profondi?

Marzia Bo: Senza ombra di dubbio, l’impatto della pesca profonda demersale è il più significativo per le comunità bentoniche profonde, con effetti puntiformi e su grande scala sconvolgenti . Tale impatto  ha effetti sia nel breve che nel lungo termine a causa della persistenza degli attrezzi sul fondo o impigliati sugli organismi, sia di fondo duro che incoerente. I cambiamenti climatici sono invece più difficili da valutare nel deep sea, ma iniziano a comparire  studi legati al cambiamento dei range di distribuzione batimetrica delle specie, alla variazione degli apporti trofici sul fondo e alla segnalazione di specie aliene in profondità. Infine, vanno menzionate le problematiche connesse alla  posa dei cavi e delle condutture ed all’inquinamento antropico diffuso.
Io trovo comunque che la sfida principale sia una sfida sociale: deve passare il messaggio, oggi poco condiviso, che la creazione di zone di tutela, selezionate ad hoc in base alle loro caratteristiche geomorfologiche, idrologiche e biocenotiche,  chiuse allo sfruttamento umano, non siano una limitazione alla nostra libertà, ma un investimento per il futuro.

C’è una notizia positiva o particolarmente incoraggiante che emerge dalle più recenti ricerche sugli abissi e che ritiene importante condividere?

Marzia Bo: Certo! Ad oggi stiamo mettendo insieme una copertura dei fondi profondi mediterranei veramente importante: è partito l’anno scorso un progetto PNRR sui sea mount di una portata pazzesca che non ha eguali nemmeno in ambiente oceanico. È un progetto di mappatura di 80 montagne sottomarine, ristrette ai mari italiani, che ha come output una risposta concreta al 10% di protezione stringente dei mari richiesta entro il 2030. Poi la sfida sarà monitorare se queste aree verranno effettivamente lasciate intoccate.

Ha mai affrontato le sue ricerche utilizzando immagini non fotografiche, come illustrazioni, disegni o altro?

Marzia Bo: Nell’ambito della zoologia e botanica marina, il disegno e l’illustrazione scientifica erano in passato l’unico modo per raccontare un organismo e descriverlo. Oggi viene affiancato  a indagini tassonomiche al microscopio, dal vivo o genetiche, ma l’illustrazione resta sempre centrale e rilevante. Durante la caratterizzazione di una specie che ho descritto assieme a Federico Betti, il policlade Anthoplana antipathellae, abbiamo richiesto il supporto dell’artista Giorgia Di Muzio che, basandosi sulle nostre sezioni istologiche dell’anatomia interna dell’animale, ha creato diverse illustrazioni: ad oggi questo è ancora l’unico modo per rappresentare al meglio l’anatomia interna di questi  organismi. 

Giorgio Bavestrello: Nella mia attività di tassonomo di idrozoi ho spesso utilizzato disegni al tratto dei polipi. Spesso, in questi animali privi di uno scheletro rigido, un disegno è più informativo della foto perché permette di mettere in evidenza i dettagli essenziali dell’organismo oggetto di studio. La stazione zoologica di Napoli per molti anni ha stipendiato disegnatori professionisti a disposizioni dei ricercatori per illustrare i loro organismi. In alcuni casi questi disegni sono così dettagliati e contemporaneamente così “vivi” da rappresentare vere e proprie opere d’arte. Personalmente ritengo che sarebbe estremamente utile poter collaborare con illustratori naturalistici. Vorrei aggiungere che il primo a dare una rappresentazione realistica del paesaggio sottomarino non è stato uno scienziato ma un pittore professionista. Si chiamava von Ransonnet-Villez e, negli anni ’60 del XIX secolo produsse una serie di tele di grande qualità dipingendo dal vero la scogliera corallina del Mar Rosso e di Ceylon osservandola dall’interno di una campana da immersione posta a circa 5 m di profondità.

Come si è avvicinata/o alla Biologia Marina? Ci racconta un aneddoto avventuroso della sua carriera?

Marzia Bo: Ho sempre voluto fare la Biologa o la Scienziata, mio papà era chimico, e mi è sempre piaciuta la biologia in particolare. A 15 anni mio papà mi ha portato a fare un corso di sub: sono della zona varesotta e ho iniziato a immergermi nei laghi. Poi ho iniziato col mare e lì ho capito che volevo integrare la biologia col mare. Ho studiato  ad Ancona, alla Politecnica delle Marche, e mi sono innamorata della zoologia marina grazie ad un mentore straordinariamente iconico, Giorgio Bavestrello, che ho seguito poi qui a Genova. Con Federico Betti siamo appassionati di viaggi naturalistici: una spedizione particolarmente avventurosa è stata l’immersione notturna in un fiordo in Norvegia, in pieno inverno, per vedere la risalita di una scifomedusa molto grande, Periphylla periphylla, immersi tra i ghiacci e la neve.

Giorgio Bavestrello: Sono nato a Rapallo e durante la mia infanzia, il mare era l’ambiente che più mi affascinava. A sette anni ho iniziato a usare la maschera e almeno metaforicamente, non me la sono più tolta. Credo che al mio interesse per il mare abbia contribuito in modo determinante un mio zio paterno, grande pescatore. Lo accompagnavo a pescare con i palamiti. Ricordo molto bene quando un pesce inlamato girava la lenza attorno alle gorgonie che poi rimanevano attaccate all’attrezzo. Ricordo anche quando, io avevo 12 anni, abbiamo pescato un palombo (in genovese nocciola) molto più lungo di me. Durante il liceo ho iniziato con l’apnea e ricordo distintamente le prime foreste di Eunicella, a 20 m di profondità nella Cala dell’Oro sul promontorio di Portofino. Il primo anno di università ho imparato a usare l’ARA. Benché gli inizi della mia carriera accademica siano stati un po’ duri, il destino è stato molto buono con me permettendomi di fare per tutta la vita la cosa che più mi affascinava.

C’è una scoperta o un organismo che l’ha particolarmente colpita nella sua carriera?

Marzia Bo: Ce n’è più di una: quella che ha destato più emozione è stata proprio la scoperta del policlade di cui vi parlavo prima, notato per puro caso  campionando col ROV il corallo su cui vive (Antipathella subpinnata). Ci sono voluti 10 anni, e numerosi  altri campioni per descrivere questa nuova specie e nuovo genere. NOn posso poi non citare Pseudocirrhipathes mapia, un corallo nero indonesiano trovato con Giorgio Bavestrello: è una specie bellissima, come racconta il suo nome “mapia”, che in indonesiano significa appunto “bella”.

Giorgio Bavestrello: Ce ne sono molti tra le spugne e tra gli cnidari. Ad essi ho dedicato la mia tesi di laurea e di dottorato e poi centinaia di articoli scientifici. Tra tutti vorrei ricordare il corallo rosso, uno degli organismi più affascinanti del Mediterraneo. Lo ricordo però con un affetto particolare perché ho iniziato ad interessarmi ad esso assieme al mio maestro e fraterno amico Riccardo Cattaneo-Vietti, grande subacqueo e grande biologo marino precocemente portato via dall’epidemia di Covid. Quando mi immergo sulla falesia di Portofino e rivedo gli animali ai quali mi sono più intensamente dedicato sorge in me un moto di affetto come se incontrassi dei vecchi amici.

Qual è il più grande insegnamento che ha tratto ad oggi da tutti questi anni di ricerca sul mare?

Giorgio Bavestrello: E’ stata una grande avventura, l’avventura della mia vita. Ho trascorso tutta la vita sull’onda dello stupore. Molti miei colleghi hanno iniziato studiando la sistematica di un gruppo ma poi, invecchiando, hanno abbandonato per dedicarsi a ipotesi di carattere più generale per esempio sul funzionamento degli ecosistemi. Per me la cosa più affascinante è ancora trovare o descrivere un animale diverso dal solito, una specie strana o nuova. La biodiversità sembra non finire mai e si potrebbe pensare che è inutile continuare a studiare una cosa sulla quale non si può mai scrivere la parola fine. Per me, invece, questa rimane l’aspetto più affascinante della mia ricerca. Il bello è che ho potuto farlo con un gruppo di alunni, di amici, che sono diventati miei colleghi e molto più esperti e bravi di me. Ma in fondo avere alunni che ti superano nella tua scienza è certamente il più bel dono della maturità.

Ascoltando le parole di grandi ricercatori e scienziati, come ho avuto il piacere di fare attraverso questa intervista, non si può non rimanere affascinati dalla passione che traspare dai loro racconti, che si tratti di esporre un concetto scientifico o un caro ricordo personale. La Natura ci ricorda, attraverso la ricerca, come tutto sia collegato: luoghi che possono sembrarci così lontani sono invece strettamente connessi alla nostra esistenza e, purtroppo, ai nostri impatti. Sebbene la passione sia la forza motrice che spinge i ricercatori a dare risposte alle tante domande frutto della curiosità, oggi più che mai servono azioni concrete per la conservazione del patrimonio naturale. In quest’ottica, l’influenza che l’arte può dare alla comunicazione e alla divulgazione scientifica è di fondamentale importanza. L’arte, in tutte le sue disparate forme, è lo strumento con cui è possibile avvicinare il sapere alle persone, raccontando sotto forma di colore, forme, suoni, le bellezze nascoste che devono essere protette.

Molto resta da scoprire riguardo agli abissi e proprio per questo è importante implementare le nostre conoscenze riguardo questi luoghi lontani, celati dalle profondità marine: conoscere per tutelare tutte quelle informazioni che ancora devono essere scoperte, per proteggere gli habitat e le specie che li abitano e, indirettamente, il sottile equilibrio che regola anche la nostra vita sul Pianeta azzurro, la Terra.

Fonti:

  • – [Quanto dell’oceano è stato esplorato? – Esplorazione Oceanica NOAA]
  • [The Ocean Census | Discover Life]
  • [Coll M, Piroddi C, Steenbeek J, Kaschner K, Ben Rais Lasram F, Aguzzi J, Ballesteros E, Bianchi CN, Corbera J, Dailianis T, Danovaro R, Estrada M, Froglia C, Galil BS, Gasol JM, Gertwagen R, Gil J, Guilhaumon F, Kesner-Reyes K, Kitsos MS, Koukouras A, Lampadariou N, Laxamana E, López-Fé de la Cuadra CM, Lotze HK, Martin D, Mouillot D, Oro D, Raicevich S, Rius-Barile J, Saiz-Salinas JI, San Vicente C, Somot S, Templado J, Turon X, Vafidis D, Villanueva R, Voultsiadou E. The biodiversity of the Mediterranean Sea: estimates, patterns, and threats. PLoS One. 2010 Aug 2;5(8):e11842. doi: 10.1371/journal.pone.0011842. PMID: 20689844; PMCID: PMC2914016.]
  • [Danovaro R, Company JB, Corinaldesi C, D’Onghia G, Galil B, Gambi C, Gooday AJ, Lampadariou N, Luna GM, Morigi C, Olu K, Polymenakou P, Ramirez-Llodra E, Sabbatini A, Sardà F, Sibuet M, Tselepides A. Deep-sea biodiversity in the Mediterranean Sea: the known, the unknown, and the unknowable. PLoS One. 2010 Aug 2;5(8):e11832. doi: 10.1371/journal.pone.0011832. PMID: 20689848; PMCID: PMC2914020.]
  • DAL PROFONDO – Alla ricerca della medusa abissale Periphylla periphylla – Federico Betti

Profili professionali degli ospiti:

Marzia Bo è una zoologa marina specializzata in tassonomia, biologia ed ecologia degli organismi bentonici, in particolare gorgonie e coralli neri. Nell’ambito del dottorato in Biologia ed Ecologia marina presso UNIVPM (2009), ha iniziato ad esplorare e caratterizzare le comunità bentoniche profonde del Mediterraneo tramite ROV. Ha partecipato a numerosi progetti dedicati allo studio della diversità e vulnerabilità delle foreste animali. Ha coordinato i progetti ENPI-ECOSAFIMED, SIR-BioMount e UNIGECuriosity, focalizzati sullo studio delle comunità bentoniche delle rocce del largo, dei seamount e dei canyon e oggi coordina l’unità genovese Conisma del progetto PNNR-MER Seamount. Attualmente è Professore Associato presso il DISTAV (UNIGE), Vice-Coordinatore del CdL in Biologia ed Ecologia marina e docente di Bentonologia ed Etologia.

Giorgio Bavestrello è uno zoologo marino specializzato in tassonomia, biologia ed ecologia degli organismi marini bentonici di fondo duro, principalmente spugne e cnidari, spaziando dal Mar Mediterraneo, all’Indo-Pacifico, all’Antartide. Ha conseguito il Dottorato in Scienze Marine presso UNIGE nel 1990. Ha coordinato numerosi progetti internazionali (Vietnam, Indonesia, Giappone) ed è PI del Progetto PNNR-CN della Biodiversità-Spoke 1 (2024-2026). È Professore Ordinario presso il DISTAV (UNIGE) e docente di Zoologia, Etologia, Biologia evoluzionistica, e Storia della Biologia marina. Ha coordinato dal 2014 al 2017 il CdL in Scienze Naturali e Ambientali e dal 2017 al 2020 il CdL di Scienze Biologiche. Ha fondato il CdL di Biologia ed Ecologia marina a Genova nel 2018.