
di Lorenzo Minelli
I rifugi glaciali nel mediterraneo
Con una percentuale di endemismo del 20%, l’Italia non è certamente l’ultima arrivata in termini di biodiversità. La presenza di un tale patrimonio nel nostro Paese deriva da diversi fattori, tra cui complessa diversità litologica, topografica e climatica, oltre che una collocazione strategica nel cuore del Mediterraneo e, non di meno, un’intricata storia paleogeografica e paleoclimatica. Proprio riguardo questi ultimi due fattori, l’Italia, insieme alle altre penisole del Mediterraneo, ovvero quella iberica, quella balcanica e quella anatolica, è stata una protagonista assoluta della storia evolutiva delle specie durante le oscillazioni climatiche verificatesi nel passato: infatti, a partire da circa 2 milioni di anni fa (nell’epoca chiamata “Pleistocene”),la Terra ha attraversato diverse fasi di raffreddamento, note come “glaciazioni”. Questi cambiamenti climatici sono legati a variazioni periodiche nell’orbita e nell’inclinazione dell’asse terrestre, conosciute come “cicli di Milankovitch”. Durante questi periodi glaciali, che in tutto sono stati 4 (denominati, in ordine cronologico, “Günz”, “Mindel”, “Riss” e “Würm”) si è assistito ad un estensione dei ghiacciai continentali, al punto che, durante la loro estensione massima, si stima che il ghiaccio ricoprisse il 30% della superficie terrestre. I suddetti periodi di glaciazione erano intervallati da periodi più caldi e permissivi (come quello in cui ci troviamo attualmente), definiti “interglaciali”. In generale, l’estensione di queste glaciazioni era variabile in ciascun periodo glaciale, e durante l’ultimo massimo glaciale (detto anche “Last Glacial Maximum”, o abbreviato LGM), estesosi tra i 25 e 18 mila anni fa, l’Europa era coperta di ghiaccio fino a Norwich e Varsavia, mentre nelle regioni più a sud della calotta glaciale si trovava permafrost, tundra e steppa perlomeno fino alla Germania meridionale.
Grazie ai fossili di pollini, coleotteri e vertebrati, si è osservato che gli areali delle specie termofile, ovvero le specie adattate ai climi caldi, durante le glaciazioni si sono contratti verso le regioni meridionali, e in particolare verso le penisole del Mediterraneo citate in precedenza. Ciò è dovuto alla presenza, in queste penisole, di aree in cui le condizioni climatiche erano ecologicamente più adatte alla vita animale e vegetale: tali aree, definiti “rifugi glaciali”, hanno dunque rappresentato dei veri e propri hotspot di biodiversità, da cui, una volta terminati i glaciali, molte delle specie che sono sopravvissute alle glaciazioni si sono espanse verso nord fino ai loro attuali areali.

La biodiversità dei rifugi glaciali in Italia
La nostra penisola è stata luogo di numerosi rifugi glaciali, il che è testimoniato da numerosi studi di filogeografia. Un primo esempio è il tritone punteggiato meridionale (Lissotriton vulgaris meridionalis), specie temperata diffusa largamente in Europa e in Asia sud-occidentale, che ha trovato numerosi micro-rifugi nella zona della Pianura Padana e della Pianura Veneta.

Un secondo esempio, restando nel gruppo degli urodeli, è rappresentato dal genere Salamandrina, un genere endemico dell’Italia e tipico di ambienti di foresta mesofili: questo genere è persistito in due rifugi criptici, uno nell’Italia centrale, localizzato nell’area dei massicci volsci, da cui poi si sarebbe originata la specie S. perspicillata, e uno più meridionale, localizzato in Calabria e diviso a sua volta in diversi sotto-rifugi, da cui si sarebbe originata l’altra specie di Salamandrina presente in Italia, ovvero S. terdigitata. A seguito del miglioramento delle condizioni climatiche, le due specie si sarebbero spostate verso nord, fino ad entrare in contatto nella zona della Campania settentrionale.


Se da una parte le specie termofile hanno trovato nei rifugi glaciali una zona dove sopravvivere durante i glaciali e da dove poter ripartire al termine di questi ultimi, altre specie, con caratteristiche ecologiche totalmente diverse, hanno subito una sorte diversa. A tal proposito non si può non citare la vipera dell’Orsini (Vipera ursinii): durante i glaciali, infatti, questa specie tipica di ambienti montani si è espansa fino alle steppe montuose della zona che corrisponde all’attuale Abruzzo, poiché il clima freddo era per lei particolarmente favorevole. Qui, una volta che il clima si è riscaldato, la specie, a differenza di quelle che abbiamo visto in precedenza, ha contratto il proprio areale perché le condizioni climatiche a lei favorevoli non erano più presenti, fino a ritrovarsi “bloccata” nelle aree montuose di questa zona. Per questo motivo oggi V. ursinii è considerata un vero e proprio “relitto glaciale”, ed ha un areale frammentato negli Appennini, il che la rende una specie a rischio estinzione che rientra nella categoria “VU” (vulnerabile) della Lista Rossa IUCN.

La storia dei rifugi glaciali ha interessato, dunque, specie termofile che hanno trovato un luogo dove poter “concentrare” il proprio areale per sopravvivere durante le glaciazioni, per poi riespandersi al termine di queste ultime. Oltre a quelle appena descritte, abbiamo avuto anche specie frigofile che nelle glaciazioni hanno trovato condizioni particolarmente favorevoli per espandere il proprio areale, per poi ritrovarsi in condizioni avverse durante i periodi di interglaciali. Dunque, le specie hanno risposto individualmente al ciclo di periodi glaciali e interglaciali, adattandosi ciascuna al proprio insieme di condizioni ambientali.
I rifugi glaciali non sono stati solo semplici “zone di resistenza” per le specie durante le glaciazioni, ma veri e propri motori della biodiversità che osserviamo oggi. È proprio grazie a questi santuari naturali che molte specie sono riuscite a sopravvivere e, successivamente, a ricolonizzare vaste aree. Senza di essi, il paesaggio biologico attuale dell’Europa, e dell’Italia in particolare, sarebbe radicalmente diverso. Oggi, la distribuzione delle specie e il nostro stesso patrimonio naturale sono il risultato di questa storia di adattamento, resistenza e rinascita. Studiare i rifugi glaciali non significa solo guardare al passato, ma anche comprendere come la biodiversità risponde ai cambiamenti climatici, una conoscenza fondamentale per affrontare le sfide ecologiche del presente e del futuro.

