
di Carmine Bonanni
Avevano lasciato il segno gli anni del Covid. Le mura di casa, prima di tutto. E poi le finestre diventate schermi: tv, PC, tablet. Il dentro e il fuori si confondevano. Molti hanno cominciato a chiedersi dove fossero stati per tutto quel tempo, presi da una nostalgia per qualcosa che forse non avevano mai vissuto davvero.

Finita l’emergenza, è partita la riscoperta. Come se ci si fosse ricordati che là fuori esiste ancora un mondo. I negozi di articoli outdoor sono stati presi d’assalto: tende, scarponi, zaini. Tutti sono divenuti escursionisti, campeggiatori, esploratori per il fine settimana. Lo sapevano bene i ragazzi di Decathlon, diventati sacerdoti laici di un nuovo culto della fuga urbana, in cerca di un posto in cui orari, traffico e notifiche al cellulare smettano di avere importanza.
E tra tutte le mete possibili, la montagna è tornata centrale. Era sempre rimasta lì, semplicemente in attesa. In attesa di chi voleva sentirsi lontano dalla propria routine. Di chi risale strade strette per vedere il foliage, fotografare una malga o ritrovare un silenzio che in città sembra scomparso. Un silenzio che abita ancora nei paesi svuotati, curati da chi è rimasto anche quando l’attenzione si è spostata altrove.

Gli antichi rimarrebbero molto perplessi. Nei secoli passati, le montagne erano dei luoghi inospitali e difficilmente accessibili, spesso unicamente luoghi di passaggio da scavalcare per andare in un posto più favorevole. In una società semplice ed antica, non c’è alcuna necessità di salire in quota, del resto perché mai avrebbero dovuto? Fa freddo, è faticoso, è oggettivamente pericoloso, è difficile
far crescere i raccolti, non c’è cibo. La montagna come la percepiamo noi è un concetto moderno che risponde all’esigenza dell’uomo di trovare una valvola di sfogo e, se vogliamo, un po’ di senso dell’avventura, della sfida. Con l’avvento della tecnologia l’uomo ha iniziato a dominarla, a renderla accessibile, cambiando profondamente il modo di frequentarla. In molti casi, non si cerca più un contatto autentico con l’ambiente, ma un’esperienza facile, addomesticata. Si sale in quota senza fatica, si scatta una foto, si pranza con vista, si scende. Mezzi motorizzati e funivie raggiungono ormai anche luoghi che un tempo erano meta solo per chi se li guadagnava passo dopo passo. Il paesaggio resta, ma la dimensione dell’impegno si perde. La montagna, da ambiente da attraversare, diventa scenario da consumare. Più giardino panoramico che territorio vivo.

Esiste però anche un altro modo. Più faticoso, più lento, più diretto. Si prende lo zaino e si parte. Senza scorciatoie. Tutto ciò che serve va scelto, portato, gestito. Il sentiero obbliga a fare attenzione. Chi si muove così impara a dosare le energie, a leggere il meteo, a scegliere cosa è essenziale e cosa no. Non è un’impresa eroica, ma un altro tipo di relazione. Con il luogo, con il tempo, con sé stessi.
Camminare per ore, circondato dalla bellezza di paesaggi mozzafiato, con il solo rumore del tuo affanno. Fermarsi quando serve, dormire in un rifugio o sotto una tenda. Capire quanto vale un pasto caldo, quanta fatica costa avere acqua dove non ce n’è, quanto può essere prezioso un riparo dal vento. Chiacchierare con gli amici sotto il cielo stellato più limpido di tutti, e di giorno seguire le ore del sole. Sono esperienze che non cambiano solo il modo di stare in montagna, ma anche il modo di guardare il mondo. O forse sono dejà vu: ci eravamo già stati lì, in qualche modo e in qualche tempo.
Con questo non si vuole demonizzare in maniera indiscriminata la costruzione di impianti, rifugi e strade, ma piuttosto esortare a una riflessione su fino a che punto è giusto spingerci per soddisfare la nostra ricerca di tranquillità. Se lo scopo di tutto questo è trasportare persone in massa, fare la fila per la biglietteria dell’impianto, pranzare in maniera più o meno raffinata, sempre più in alto ma seduti a tavola con le regole di un ristorante, allora stiamo facendo le stesse cose da cui siamo fuggiti, con l’unica differenza di un paesaggio migliore. E poi c’è chi si guadagna la cima con il passo lento e costante.

La differenza non è solo nello sforzo, ma nell’impatto. La comodità, quando arriva ovunque, rischia di cancellare proprio ciò che cerchiamo: il silenzio, lo spazio, la natura.
Per Goethe “I monti sono maestri muti e fanno discepoli silenziosi”. Lui li ascoltava con facilità, probabilmente. Oggi bisogna prima di tutto spegnere il rumore. Quello dei fuoristrada, delle carrucole che trascinano funivie e delle motoslitte. Ma anche il rumore che ci trasciniamo dietro da quelle città giù a valle.

