
A cura di
Luca Paoletti

dal progetto
“Oltre la superficie”

Articolo di Mario Agostino

Intervista a Emanuela Fanelli

L’estate ci porta spesso a evadere dalla città per rifugiarci in spiaggia, pronti a fare un bagno per rinfrescarci. L’acqua calma, il caldo torrido e un tiepido vento ci distaccano dai nostri problemi quotidiani; eppure, improvvisamente, una pinna taglia la superficie del mare, muovendosi veloce, troppo veloce. La sagoma, impercettibile alla vista di chi guarda solo in superficie, scatena il panico. La paura prende il sopravvento… eppure non succede nulla: quella pinna scompare di nuovo alla vista di chi sa guardare solo la superficie. Che cos’era, chi era, cosa voleva? Era un delfino o un “mostruoso” squalo? Ma poi, lo squalo è davvero così mostruoso?
Il Mar Mediterraneo ospita una straordinaria varietà di specie, un crocevia di biodiversità in costante, seppur precario, equilibrio che vede negli squali un ruolo ecologico di primaria importanza. Sono pesci cartilaginei che, insieme alle razze, fanno parte degli elasmobranchi e hanno il delicato compito di mantenere stabile la complessa rete trofica che caratterizza gli ecosistemi marini. Svolgendo il ruolo di predatori apicali e di mesopredatori, la presenza di pochi esemplari è sufficiente a regolare le popolazioni di centinaia di individui appartenenti a numerose altre specie. Senza questo controllo, l’aumento incontrollato delle popolazioni di predatori intermedi eserciterebbe una pressione eccessiva sulle risorse ittiche di livello trofico inferiore, compromettendo la stabilità dell’intera rete trofica. Allo stesso tempo, un loro declino avrebbe delle gravi ripercussioni sui predatori apicali che da essi dipendono. Si tratta di un equilibrio estremamente delicato, fondamentale per il funzionamento e la resilienza degli ecosistemi marini.
Il ruolo degli squali è il risultato di milioni di anni di evoluzione e di una serie di adattamenti altamente specializzati. Tra questi vi sono le ampolle di Lorenzini, organi sensoriali in grado di rilevare debolissimi campi elettromagnetici prodotti dagli organismi viventi, che consentono agli squali di individuare prede e orientarsi nell’ambiente marino. Paradossalmente, questa straordinaria capacità può oggi aumentarne la vulnerabilità alle attività di pesca, poiché molti attrezzi generano segnali elettrici che possono attrarre gli animali verso le reti.
Delle circa 47 specie di squali propriamente detti presenti nel Mediterraneo, oltre la metà è classificata dalla IUCN (Unione Internazionale per la Conservazione della Natura) come minacciata o in pericolo critico di estinzione. La pesca commerciale e ricreativa è oggi vietata per 24 specie, tra cui lo squalo bianco (Carcharodon carcharias), lo squalo mako (Isurus oxyrinchus) e lo squalo elefante (Cetorhinus maximus). Queste misure rappresentano una risposta al drastico declino che molte popolazioni hanno subito negli ultimi decenni.
Le popolazioni di squali stanno diminuendo a ritmi preoccupanti, principalmente a causa delle catture accessorie (bycatch) e della pesca commerciale. A rendere ancora più difficile la loro conservazione contribuisce una percezione pubblica spesso distorta, alimentata da decenni di stereotipi culturali e rappresentazioni mediatiche che hanno associato questi animali al pericolo più che al loro ruolo ecologico. Così, mentre il declino di altre specie marine suscita immediata preoccupazione, quello degli squali passa spesso inosservato, se non addirittura accolto con un distorto senso di sollievo.
Per comprendere la gravità di questo declino e il ruolo ecologico di questi predatori, abbiamo chiesto un parere alla Prof.ssa Emanuela Fanelli, docente di biologia della pesca presso l’Università Politecnica delle Marche (UNIVPM) e coordinatrice del progetto europeo LIFE PROMETHEUS.

- Professoressa, gli squali sono oggetto di una pesca mirata o si tratta di catture accessorie (bycatch) che poi trovano un valore commerciale? Quali sono le tecniche di pesca che maggiormente portano alla loro cattura?
Nel Mediterraneo, e più in generale nelle acque europee, la maggior parte degli squali non viene catturata nell’ambito di una pesca specificamente diretta a questa risorsa, ma come cattura accidentale, il cosiddetto bycatch. Si tratta di individui che finiscono nelle reti o sugli ami mentre i pescatori stanno cercando altre specie di interesse commerciale, come naselli, triglie, gamberi, tonni o pesce spada.
Le tecniche di pesca che determinano il maggior numero di catture accidentali variano a seconda delle specie e degli habitat frequentati dagli squali. Nel Mediterraneo, le reti a strascico rappresentano una delle principali cause di cattura per molte specie demersali che vivono in prossimità del fondale (come spinarolo (Squalus acanthias), capopiatto (Hexanchus griseus) e diverse specie di razze protette), mentre i palangari, costituiti da lunghe lenze con centinaia o migliaia di ami, possono catturare specie pelagiche come lo squalo mako o la verdesca (Prionace glauca). Anche alcune reti da posta possono determinare catture accidentali, soprattutto nelle aree costiere.
Sebbene in Europa la pesca mirata agli squali sia oggi fortemente regolamentata o vietata per molte specie, gli individui catturati accidentalmente possono comunque essere commercializzati in alcuni casi, a seconda della normativa vigente e dello stato di conservazione della specie.
Altre specie, come i palombi (Mustelus mustelus), sono invece target della pesca commerciale. Per queste specie, che in alcune aree, come l’Adriatico, mostrano un trend di ripresa, sarebbe necessario invece inserire delle misure di gestione, come ad esempio la taglia minima di cattura.


- Cosa rende gli squali così vulnerabili e quali specie rischiano maggiormente l’estinzione a causa delle catture accessorie?
Gli squali sono particolarmente vulnerabili alla pesca perché possiedono caratteristiche biologiche molto diverse da quelle della maggior parte dei pesci commerciali. Molte specie crescono lentamente, raggiungono la maturità sessuale solo dopo diversi anni e producono un numero relativamente ridotto di piccoli nel corso della loro vita. Si è stimato, ad esempio, che lo squalo della Groenlandia possa vivere fino a circa 500 anni e si riproduca a ben 150 anni di età! In ecologia queste caratteristiche sono tipiche delle cosiddette specie a strategia “K”, che investono molto nella sopravvivenza di pochi discendenti piuttosto che nella produzione di grandi quantità di uova o larve, come avviene invece per i pesci ossei. Questa strategia evolutiva ha consentito agli squali di sopravvivere per oltre 400 milioni di anni, ma li rende estremamente sensibili alla mortalità causata dalle attività umane. Quando un elevato numero di individui viene rimosso dalla popolazione, il recupero può richiedere decenni e, in alcuni casi, potrebbe non avvenire affatto.
Il problema è aggravato dal fatto che molte catture avvengono accidentalmente: gli squali finiscono nelle reti o sugli ami destinati ad altre specie e spesso non sopravvivono al rilascio (quando viene praticato). Tra quelle maggiormente a rischio figurano lo squalo mako, uno degli squali più veloci degli oceani, oggi classificato come in pericolo critico nel Mediterraneo, e diverse specie di squali angelo (Squatina spp.), ormai divenute estremamente rare o dichiarate localmente estinte in alcuni sottobacini del Mediterraneo. Anche specie un tempo comuni, come la verdesca e lo smeriglio (Lamna nasus), hanno subito importanti riduzioni delle loro popolazioni. Un’altra specie iconica è lo squalo bianco. Abbiamo diverse testimonianze da archivi storici ma anche da fotografie fino alla metà dello scorso secolo che dimostrano come questa specie, ormai rarissima, era invece un abitante piuttosto comune del Mediterraneo.
Per questo motivo, oltre alla protezione legislativa, è fondamentale sviluppare strumenti e pratiche di pesca che riducano il bycatch, consentendo agli squali di continuare a svolgere il loro ruolo essenziale negli ecosistemi marini.
- Dal punto di vista biologico e della rete trofica, la loro scomparsa a cosa potrebbe portare? Questi effetti avranno ripercussioni sulla pesca?
Gli squali svolgono un ruolo fondamentale nel mantenimento dell’equilibrio degli ecosistemi marini. Molte specie occupano i livelli apicali della rete trofica e contribuiscono a regolare l’abbondanza e il comportamento delle loro prede. Quando questi predatori diminuiscono drasticamente, possono verificarsi fenomeni noti come cascate trofiche, ovvero una serie di effetti a catena che si propagano attraverso l’intera rete alimentare. La riduzione dei grandi predatori può favorire l’aumento di predatori intermedi, che a loro volta esercitano una maggiore pressione sulle specie poste ai livelli trofici inferiori. Questo processo, noto come “ipotesi del rilascio del mesopredatore” può alterare profondamente la struttura e il funzionamento degli ecosistemi, riducendone stabilità e resilienza. In altre parole, la scomparsa degli squali non riguarda soltanto la perdita di una singola specie, ma può modificare gli equilibri che regolano il funzionamento dell’intero ecosistema marino.
Questi cambiamenti possono avere conseguenze anche per la pesca. Da diversi decenni stiamo assistendo a un fenomeno noto come fishing down food webs, ovvero la progressiva riduzione delle specie di grandi dimensioni e di alto livello trofico, come squali, grandi pesci pelagici come tonni, pesci spada o marlin, o grandi cernie, a favore di specie sempre più piccole e collocate a livelli inferiori della catena alimentare. La perdita degli squali e di altri grandi predatori può accelerare questi processi, contribuendo a rendere gli ecosistemi meno produttivi e più vulnerabili ai cambiamenti ambientali.
Per questo motivo la conservazione degli squali non è in contrasto con gli interessi dei pescatori. Al contrario, mantenere popolazioni sane di predatori apicali significa contribuire alla stabilità degli ecosistemi da cui dipendono anche le risorse ittiche sfruttate dall’uomo.
- Quali sono le maggiori difficolta nello stimare lo stato di salute di queste specie? È vero che molte delle conoscenze provengono proprio dalla loro pesca?
Stimare lo stato di salute delle popolazioni di squali è piuttosto complesso. Molte specie vivono in ambienti vasti e difficili da monitorare, compiono ampi spostamenti e sono naturalmente poco abbondanti rispetto ad altri pesci. Inoltre, come abbiamo prima detto, gli squali hanno cicli vitali lunghi e tassi riproduttivi bassi, caratteristiche che rendono difficile osservare cambiamenti demografici nel breve periodo. Per molte specie mediterranee mancano ancora informazioni fondamentali sulla distribuzione, l’abbondanza, le aree di riproduzione e crescita, l’età di maturazione o la dimensione delle popolazioni. Basti pensare che delle 86 specie di elasmobranchi (quindi squali e razze) presenti in Mediterraneo, la IUCN ne valuta 73, di cui 41 sono squali. Di questi 10 sono nella condizione di Data Deficient, ovvero non vi sono abbastanza dati per poter procedere con una valutazione dello stato di salute. Questa carenza di dati rappresenta una delle principali sfide per la loro conservazione, perché è difficile gestire efficacemente ciò che non si conosce.
È vero che una parte significativa delle conoscenze scientifiche sugli squali deriva storicamente proprio dalla pesca. Per decenni, molti dati biologici sono stati raccolti analizzando gli individui catturati dalle flotte commerciali o durante campagne di monitoraggio della pesca. Informazioni su crescita, alimentazione, riproduzione e distribuzione sono state spesso ottenute grazie allo studio degli esemplari sbarcati nei porti o catturati accidentalmente nelle reti. La ricerca contemporanea dispone anche di strumenti sempre più sofisticati e meno invasivi. Tecniche come la telemetria satellitare e acustica, l’analisi genetica, il DNA ambientale (eDNA), gli isotopi stabili e i sistemi di monitoraggio elettronico consentono di raccogliere informazioni preziose senza dover sacrificare gli animali. Nonostante questi progressi, la collaborazione con il settore della pesca rimane fondamentale: i pescatori rappresentano spesso i primi osservatori del mare e il loro coinvolgimento è essenziale per migliorare le conoscenze e sviluppare strategie di conservazione efficaci. Il loro ruolo risulta di fondamentale importanza per ricostruire la baseline (ovvero il punto di riferimento per le abbondanze e le distribuzioni delle specie in passato ma anche presente) attraverso l’uso di questionari strutturati, ovvero la cosiddetta Local Ecological Knowledge.
- In Europa il taglio delle pinne di squalo (finning) è vietato in mare (regolamento UE n. 605/2013); tuttavia, una volta in porto, le pinne vengono legalmente tagliate a terra e vendute o esportate in tutto il mondo. Come si spiega questo paradosso normativo e cosa bisognerebbe cambiare?
Il finning consiste nella pratica di tagliare le pinne agli squali a bordo delle imbarcazioni e rigettare in mare il resto dell’animale, spesso ancora vivo. Si tratta di una pratica particolarmente impattante, favorita dall’elevato valore commerciale delle pinne vendute nei mercati asiatici. Proprio per contrastarla, l’Unione Europea ha introdotto una delle normative più severe al mondo, imponendo che gli squali vengano sbarcati con le pinne naturalmente attaccate al corpo (fins naturally attached), rendendo di fatto impossibile effettuare il finning in mare.
Tuttavia, questo non significa che il commercio delle pinne sia vietato. Una volta sbarcati legalmente, gli squali possono essere lavorati a terra e le pinne commercializzate separatamente, purché la cattura della specie sia consentita dalla normativa vigente. È qui che nasce quello che molti considerano un paradosso: pur avendo vietato il finning, alcuni Paesi europei continuano a svolgere un ruolo importante nell’esportazione di pinne verso i mercati asiatici, dove esiste una forte domanda legata soprattutto alla preparazione della tradizionale zuppa di pinne di squalo.
Negli ultimi anni questo tema ha acceso un ampio dibattito internazionale. Alcuni dati in tal senso provengono dall’analisi dei flussi commerciali tra il 2003 e il 2020 che evidenzia come i Paesi UE siano stati responsabili di circa il 45% dei prodotti derivati da pinne di squalo importati dai principali hub commerciali asiatici nel 2020. Tra il 2003 e il 2020, l’UE ha contribuito a circa un terzo delle importazioni di pinne di squalo registrate nei principali hub asiatici del commercio delle pinne. La stessa Commissione Europea riporta che le esportazioni dell’UE ammontano mediamente a circa 2.300 tonnellate di pinne congelate all’anno, per un valore di circa 170 milioni di euro annui. Per quanto riguarda i Paesi europei coinvolti, la Spagna è di gran lunga il principale esportatore europeo e uno dei maggiori esportatori mondiali. Da sola ha esportato oltre 51.000 tonnellate di prodotti derivati dalle pinne di squalo tra il 2003 e il 2020. Seguono Portogallo, Olanda, Francia e Italia.
Da un lato, il divieto di finning rappresenta un importante successo nella lotta contro una pratica insostenibile; dall’altro, molti ricercatori e organizzazioni per la conservazione sottolineano che la sostenibilità del commercio dipende soprattutto dallo stato delle popolazioni sfruttate e dalla capacità di garantire tracciabilità, controlli efficaci e il rispetto delle normative per le specie protette. Più che concentrarsi esclusivamente sul commercio delle pinne, la sfida principale consiste nel garantire che ogni cattura sia sostenibile, tracciabile e compatibile con la conservazione delle popolazioni di squali. Per questo motivo è necessario rafforzare il monitoraggio delle catture, migliorare la tracciabilità lungo tutta la filiera commerciale e ridurre la mortalità accidentale delle specie più vulnerabili.


- Esistono tecniche di mitigazione o progetti che stanno intervenendo per invertire questa rotta e promuovere buone pratiche a bordo per il rilascio in mare di queste specie? È possibile la coesistenza tra la pesca e la salvaguardia degli squali?
Assolutamente sì. Negli ultimi anni la ricerca ha dimostrato che una parte significativa della mortalità associata alle catture accidentali può essere evitata attraverso una combinazione di innovazione tecnologica, formazione degli operatori e adozione di corrette pratiche di rilascio. Non tutti gli squali catturati accidentalmente sono infatti destinati a morire: in molti casi la loro sopravvivenza dipende da ciò che accade nei minuti immediatamente successivi alla cattura.
La riduzione del tempo trascorso fuori dall’acqua rappresenta uno degli aspetti più importanti. Come altri pesci, gli squali sono soggetti a un forte stress fisiologico durante la cattura e la manipolazione; mantenere l’animale fuori dall’acqua per tempi prolungati può compromettere gravemente le sue probabilità di sopravvivenza. Allo stesso modo, è fondamentale evitare manipolazioni eccessive, non sollevare gli animali utilizzando la coda, le pinne o le fessure branchiali e, quando possibile, effettuare il rilascio direttamente in acqua. Anche la rimozione degli ami richiede particolare attenzione. In molti casi, soprattutto quando l’amo è profondamente ingerito, tentare di estrarlo può causare lesioni più gravi rispetto al semplice taglio della lenza il più vicino possibile all’amo. Per questo motivo sono stati sviluppati specifici protocolli e attrezzature che consentono di ridurre i danni durante il rilascio. Parallelamente, la ricerca sta lavorando per ridurre il rischio stesso di cattura attraverso l’impiego di dispositivi deterrenti e modifiche agli attrezzi da pesca. Una delle linee di ricerca più promettenti sfrutta proprio le peculiari capacità sensoriali degli squali, in particolare la loro sensibilità ai campi elettrici ed elettromagnetici, per allontanarli dagli attrezzi senza influenzare significativamente le specie bersaglio.
È proprio quello che stiamo facendo con il progetto LIFE PROMETHEUS. Stiamo infatti sperimentando nel Mediterraneo soluzioni innovative per ridurre le catture accidentali degli elasmobranchi e, allo stesso tempo, vogliamo sviluppare linee guida e programmi di formazione destinati ai pescatori per migliorare la manipolazione e il rilascio degli individui catturati. Attraverso la collaborazione diretta con il settore della pesca vengono valutati sia dispositivi deterrenti sia protocolli operativi che consentano di aumentare la sopravvivenza post-rilascio.
La coesistenza tra pesca e conservazione degli squali non solo è possibile, ma rappresenta una necessità. Sempre più evidenze scientifiche dimostrano che il coinvolgimento diretto dei pescatori e l’adozione di buone pratiche possono ridurre significativamente l’impatto delle catture accidentali, contribuendo alla conservazione degli squali senza compromettere la sostenibilità economica delle attività di pesca. In questo senso, la sfida non è scegliere tra tutela della biodiversità e pesca, ma trovare soluzioni che permettano a entrambe di coesistere nel lungo periodo.



- Gli squali sono realmente così pericolosi? C’è da averne paura?
Gli squali sono grandi predatori e, come tutti gli animali selvatici, meritano rispetto, prudenza e conoscenza, non una paura irrazionale. Tuttavia, l’idea che rappresentino una minaccia costante per l’uomo è largamente sproporzionata rispetto alla realtà. Gli attacchi agli esseri umani sono eventi estremamente rari e, nella maggior parte dei casi, si tratta di episodi riconducibili a errori di identificazione, curiosità o particolari condizioni ambientali, piuttosto che a un comportamento predatorio intenzionale. In termini numerici, ad esempio, ci sono circa 60-80 attacchi da squalo non provocati su esseri umani che determinano ca. 6-10 eventi mortali, un numero irrisorio considerato che ca. 75 milioni di persone frequentano le spiagge e nuotano in oceano ogni anno, solo negli stati uniti e ancor di più se paragonato ai ca. 725,000 morti/anno causati dalle zanzare, o ai 25,000/anno dai cani, ma che non creano alcun scalpore.
Nel Mediterraneo il rischio è del tutto irrilevante. Sebbene siano presenti diverse specie di grandi dimensioni, gli incontri con l’uomo sono poco frequenti e gli incidenti documentati sono eccezionalmente sporadici (meno di 80 attacchi, di cui meno della metà fatali, registrati negli ultimi 180 anni). Questo non significa che si debbano sottovalutare. Come per qualsiasi animale selvatico, è importante adottare comportamenti responsabili: evitare di disturbarli, non tentare di avvicinarli o alimentarli e rispettare le indicazioni delle autorità in caso di avvistamenti. La conoscenza è il modo migliore per sostituire la paura con la consapevolezza.
Paradossalmente, oggi sono gli squali ad avere molto più da temere dall’uomo che il contrario. Le attività umane causano ogni anno la morte di milioni di squali in tutto il mondo, mentre gli incidenti che coinvolgono persone rimangono estremamente rari. Comprendere questo squilibrio è fondamentale per superare stereotipi radicati e riconoscere il valore ecologico di animali che svolgono un ruolo essenziale per la salute degli ecosistemi marini.

- In Europa, la Spagna è il primo esportatore e l’Italia il primo importatore di carne di squalo; eppure, molti consumatori non ne sono a conoscenza. Come può un consumatore essere più consapevole durante l’acquisto ed evitar frodi alimentari?
Molti consumatori rimangono sorpresi nello scoprire che la carne di squalo è regolarmente presente sul mercato europeo. Una delle ragioni è che spesso non viene commercializzata con il nome “squalo”, ma utilizzando denominazioni comuni come palombo, verdesca, gattuccio o smeriglio, oppure venduta già in tranci o filetti, rendendo difficile il riconoscimento della specie da parte del consumatore. Per questo motivo è importante che il consumatore presti attenzione alle informazioni riportate in etichetta. La normativa europea prevede che siano indicati il nome commerciale, il nome scientifico della specie, l’area di cattura e il metodo di produzione. Verificare queste informazioni rappresenta il primo strumento per effettuare una scelta consapevole. Tuttavia, possono essere presenti vere e proprie frodi alimentari. Numerosi studi hanno dimostrato che l’etichettatura dei prodotti ittici non sempre consente di identificare con chiarezza la specie commercializzata, e analisi genetiche condotte in diversi Paesi europei hanno evidenziato casi di sostituzione (es. mako o smeriglio venduti come pesce spada) o errata identificazione delle specie vendute. Tuttavia, il controllo da parte degli organi di competenza, attuato a campione sull’intera filiera, riduce il rischio che il consumatore cada in queste frodi.
Esiste poi un ulteriore aspetto legato alla salute umana. Essendo predatori di alto livello trofico e spesso longevi, molte specie di squali tendono ad accumulare contaminanti ambientali lungo la catena alimentare, in particolare metalli pesanti come il mercurio. Per questo motivo alcune specie possono presentare concentrazioni più elevate rispetto a molti altri pesci comunemente consumati, un aspetto che merita particolare attenzione soprattutto per categorie sensibili come donne in gravidanza e bambini.
Una maggiore trasparenza lungo la filiera, controlli efficaci sull’etichettatura e una migliore informazione dei consumatori sono elementi fondamentali non solo per contrastare le frodi alimentari, ma anche per favorire scelte d’acquisto più consapevoli e sostenibili. In questo senso, conoscere la specie che stiamo acquistando è il primo passo per comprendere l’impatto che le nostre scelte possono avere sia sulla nostra salute sia sulla conservazione degli ecosistemi marini.
Conclusioni: chi sta davvero cacciando chi?
Siamo soliti guardare solo alla superficie, eppure ci dovremmo sforzare di osservare attraverso le profondità per capire quello che realmente accade e regola il mare. Non si tratta di una semplice questione di conservazione, ma di una necessità ecologica ed economica imprescindibile, che si lega a doppio filo proprio con il nostro stile di vita, con le nostre scelte d’acquisto e con la nostra dieta quotidiana.
Dalle reti trofiche che sostengono la pesca commerciale fino alla trasparenza delle etichette sui banchi del pesce, il destino degli squali è indissolubilmente unito al nostro. Continuare a ignorare il drammatico declino che stanno affrontando queste specie, così come tante altre nel Mar Mediterraneo, significa accettare la progressiva e silenziosa distruzione dei nostri mari. L’Europa, pur condannando il finning in mare, alimenta un mercato che spinge alla cattura di milioni di elasmobranchi l’anno, dove l’interesse non è nel commercio delle carni ma delle pinne. Non è un caso che un’iniziativa dei cittadini europei “Stop Finning – Stop the Trade” abbia raccolto oltre 1 milione di firme per chiedere il divieto assoluto di commercio, vendita e transito di pinne recise all’interno dell’Unione Europea. Altre nazioni, come il Canada, il Regno Unito e gli Stati Uniti hanno scelto intenzionalmente di non alimentare questo mercato attuando leggi specifiche. Progetti europei come LIFE PROMETHEUS ci dimostrano che gli strumenti scientifici e le buone pratiche per invertire la rotta esistono già; ora spetta a noi, come consumatori e come cittadini, fare la nostra parte. La prossima volta che guarderemo l’orizzonte blu dalla spiaggia, non dovremo più temere la pinna che taglia l’acqua, ma il momento in cui quella pinna smetterà di nuotare per sempre. Solo imparando a guardare oltre la superficie potremo assicurare un futuro a queste specie, che tutto sommato è anche il nostro.
“Oltre la superficie: le vittime invisibili della pesca” è un progetto di comunicazione e sensibilizzazione sul bycatch, e cioè la cattura accidentale di specie non target della pesca. Solo in Italia, ogni giorno centinaia di migliaia di organismi, tra invertebrati, cetacei, squali, uccelli marine e tartarughe, finiscono rigettati in mare senza vita. Per fare la differenza dobbiamo imparare a ridurre lo spreco alimentare, e a pescare in modo sostenibile, attraverso una consapevolezza di pescatori e consumatori.
Un progetto cofinanziato da Fondazione PuntoSud, Fondazione Cariplo e l’Unione Europea.
Per saperne di più: https://www.wildita.com/oltre-la-superficie




