Rapace elegante e con aura mitologica, il Gipeto (Gypaetus barbatus) si è estinto come nidificante in Sardegna tra il 1968 e il 1969, dove in un’irraggiungibile bastionata calcarea del Supramonte di Orgosolo è avvenuta probabilmente l’ultima nidificazione, mai documentata per via dell’inaccessibilità del sito.

Marco Corda ©
Dopo alcuni sporadici avvistamenti negli anni successivi, su questa specie è calato il silenzio totale.
Le cause dell’estinzione sono riconducibili principalmente all’uso dei bocconi avvelenati, una pratica crudele utilizzata nelle campagne per contrastare volpi e cani randagi, ma anche al bracconaggio alimentato dal collezionismo: fino al secolo scorso, infatti, esemplari vivi e uova erano ricercatissimi da musei, collezionisti e zoo. Attratti da lauti compensi, molti pastori erano diventati degli specializzati cacciatori di questi rari “trofei”. Il valore economico di questa specie era impressionante per l’epoca: il prezzo di un Gipeto vivo si aggirava intorno alle 400 lire. In un’economia rurale e povera come quella sarda del secolo scorso, si trattava di una piccola fortuna. C’era chi si vantava, con il ricavato di quelle catture, di essere riuscito ad acquistare l’intero arredamento di una casa, dalla cucina alla camera da letto.

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Era da diverso tempo che con l’amico e collega Umberto Graziano covavamo l’idea di andare alla ricerca dei resti di un leggendario nido di Gipeto nelle montagne della Sardegna orientale.
Tutto nacque grazie ad una serie di eventi che si susseguirono a cascata nel corso degli anni.
Umberto, naturalista per vocazione, spinto da una curiosità innata sin da ragazzo si cimentò nella difficile arte della tassidermia per fini divulgativi. Autodidatta, metodico e caparbio negli anni ha dato una seconda vita a centinaia di animali selvatici, in maniera talmente perfetta e maniacale da farli sembrare vivi per davvero. Il suo talento non passò inosservato e non tardarono ad arrivare i primi riconoscimenti a livello nazionale e internazionale.

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Nel 1995 ha dato vita alla mostra itinerante “Dalla roccia al Gipeto”: un percorso ispirato alla biodiversità del Supramonte che, attraverso diorami incredibilmente realistici racconta frammenti di vita della fauna locale; la missione era quella di sensibilizzare la popolazione e costruire delle solide basi per un futuro progetto di reintroduzione.
La mostra viene ospitata in diversi comuni, tra cui Sassari, Alghero ed Orgosolo. In quest’ultimo paese, nel 1997 avvenne l’incontro con Gret Lutz Stemmler, che sposava la causa Gipeto. Gret si presentò con degli antichi vetrini e dei manoscritti di suo nonno, Carl Stemmler, che ritraevano e raccontavano in maniera inequivocabile di una nidificazione avvenuta in Sardegna, l’unica e preziosa prova fotografica esistente, datata 1926.

Umberto fece tesoro di quel materiale, fondendo i diari di viaggio di Stemmler con le proprie ricerche sul campo. Il risultato di questo lungo lavoro è confluito, nel 2013, nel libro “Uomini e Gipeti”, un’opera che intreccia narrazione e documentazione scientifica, arricchita da meravigliose foto storiche e testimonianze inedite.
Legati da una sincera amicizia, dal lavoro e, soprattutto, stregati dal “mal di Gipeto”, abbiamo pianificato l’esplorazione a tavolino dopo un’accurata indagine, decisi più che mai a ritrovare quel tesoro nascosto. La zona, identificata grazie ai manoscritti tradotti con minuziosa precisione, è quella delle selvagge Codule del Supramonte, tra Urzulei e Baunei, un’area vasta e remota nel cuore dell’isola che, ancora oggi, conserva tratti primordiali e inesplorati.

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21 Marzo 2026.
L’appuntamento è al valico di Giustizieri, caffè di rito e con pesanti zaini, carichi di aspettative imbocchiamo la strada che ci conduce dolcemente verso Codula Elune, la grande vallata che culmina nell’idilliaca spiaggia di Cala Luna.
Partiamo entusiasti, rifiutando categoricamente il ricorso a tecnologiche applicazioni e strumenti gps, ma con solo l’ausilio di una carta IGM e una bussola per riassaporare il sapore autentico della ricerca.
Venturoni corsi, magnanine e tottaville ci accompagnano in tutto il tragitto gorgheggiando melodiose sinfonie che annunciano la primavera appena sbocciata.
I primi problemi non tardano ad arrivare: la tortuosa sterrata che conduce alla zona individuata per il posteggio è franata ed impraticabile dopo l’ultima ondata di maltempo. Ci troviamo costretti a fermare l’auto allungando di diversi chilometri il tragitto.
Per niente scoraggiati, proseguiamo seguendo il filo di un corso d’acqua costellato da ontani neri ed attraversando lembi reconditi di foreste vetuste dove lecci patriarcali svettano le loro possenti branche al cielo, mentre altri resistono incastonati in asfissianti vasi naturali di calcare, con dimensioni ed età incredibili a discapito della loro scomoda ubicazione. Il sottobosco pullula di purpuree fioriture di ciclamino selvatico mentre nelle piccole radure troneggiano cespi di peonie pronte a sbocciare in tutta la loro magnificenza.
Arriviamo finalmente nel punto prestabilito sulla carta dove, secondo i nostri calcoli avremmo dovuto iniziare la risalita per svalicare la cresta.
Per l’ennesima volta il Supramonte mi graffia con l’unghia affilata della sua inaccessibilità. Davanti ai nostri occhi si erge una bastionata calcarea ripida e verticale come mai mi sarei aspettato. Una muraglia rocciosa lunga diversi chilometri e affilata come una lama, con pareti altissime e lisce, che non offrono nessuna speranza o appiglio per attraversarle.
I pastori e i banditi di un tempo, profondi conoscitori del posto ovviavano al problema costruendo dei passaggi sospesi nel vuoto, incastrando sapientemente e tra di loro lunghe travi di ginepro nelle poche opportunità carsiche che la parete poteva offrire; erano le cosiddette “Iscalas”, ripide scorciatoie che servivano per recuperare le capre smarrite, approvvigionarsi d’acqua o scappare dalla giustizia.
Un maschio di aquila reale appare all’improvviso, maestoso ed elegante come sempre. Ci accoglie disegnando nel cielo coreografici festoni, la femmina è sicuramente posata nei paraggi che si gode orgogliosa quelle dediche d’amore a lei riservate. Il sesto senso di Umberto ci guida fino ad un valico individuato sin dall’inizio ma che, solo qualche ora fa ci sembrava irraggiungibile. Camminiamo senza seguire una traccia logica tra ginepri e pietraie sino ad arrivare al nostro ostacolo definitivo.
Ci fermiamo sul bordo di un orrido profondo diverse decine di metri. Di fronte a noi si spalanca un meraviglioso anfiteatro calcareo, ricco di cenge e grotte. Mangiamo un pezzo di pane e formaggio, due mele, contempliamo il paesaggio sentendoci profondamente fortunati.
In perfetta sincronia i nostri occhi cadono su una lama rocciosa isolata sul fondo del crepaccio.
“Vuoi vedere che il nido è là dietro?” esclamiamo eccitati.
Studiamo il territorio cercando il modo più facile per raggiungere la parete. Frane, salti di roccia e chissà quant’altro è celato alla nostra vista da questa prospettiva.
“Pista nera, è l’ordine del caos!”esclama Umberto in un misto di felicità e rassegnazione. Sapientemente valutiamo l’idea di rinviare l’avvicinamento ad un altro giorno, rimodulando il percorso e gli orari.
La macchina dista diversi chilometri e dobbiamo ripercorrere tutta la strada a ritroso facendo a gara con le ombre sempre più lunghe della sera. Il Supramonte ammalia, ti spinge ad osare, a scoprire sempre di più e regala emozioni indescrivibili, ma sa anche essere spietato e letale, perciò non va mai sottovalutato.
7 Aprile 2026.
Questa volta si è unito a noi anche Matteo Cara, fidato compagno di avventura e grande conoscitore del territorio.
Sa di un vecchio sentiero di caprari che in breve tempo dovrebbe permetterci di superare la bastionata calcarea e arrivare alla base della parete individuata la volta scorsa. All’orario prestabilito, dopo un breve confronto si parte dritti e decisi verso la meta.
L’attacco del sentiero è pressoché invisibile: a tradirne la sua presenza sono due pietre piatte messe a mo di gradino, ormai semicoperte dalle foglie secche sedimentate da anni; ne incastro un’altra dalla forma particolare nella biforcazione muschiata di un leccio. Saliamo, per oltre un’ora, in fila indiana seguendo una sottile pista ripida a zigzag, bruciando in breve tempo un dislivello notevole. Quando facciamo la prima sosta, rimaniamo meravigliati della quota raggiunta in così poco tempo, prendiamo fiato godendoci un panorama da cartolina e ripartiamo spediti.
Arriviamo alla base di una parete bianca e liscia, una civetta parte da una fenditura della roccia e subito entra in un’altra poco distante. Matteo esita per un breve attimo cercando qualcosa con lo sguardo per aria, poi ci indica una frattura nella roccia da dove filtra una lama di luce e sorride orgoglioso.
Quello che sembra essere un ostacolo insormontabile, si rivela invece come la porta d’accesso al nostro El Dorado.
Il passaggio obbligato consiste in una crepa strettissima, tortuosa e angusta che si incunea nella parete per alcuni metri.
Siamo costretti a fare un passamano con gli zaini e arrampicare di lato facendo forza con le spalle.
Matteo entra per primo ed in un improbabile posa da uomo ragno con gambe divaricate e braccia tese verso il basso recupera gli zaini che gli passo con cautela uno ad uno, Umberto ci segue.
“Meglio non guardare su” è il prudente consiglio di Matteo quando mancano ormai pochi metri all’uscita: un masso ciclopico di svariate tonnellate è incredibilmente in bilico sopra la fenditura e resiste li immobile da secoli, in una posizione apparentemente precaria.
Usciamo fuori dalla spaccatura velocemente ed è subito luce. In un attimo le quinte del Supramonte si palesano in tutta la loro magnificenza, ed ecco svettare finalmente la nostra parete, sempre più vicina.
Arranchiamo decisi e con il cuore in gola, ansiosi di vedere la prospettiva tanto desiderata, risaliamo lungo un corso d’acqua in secca, deviamo in un ripido versante boscato e in poco più di mezz’ora siamo finalmente al cospetto della nostra cattedrale rocciosa. Con i binocoli inizio una minuziosa scandagliata indagando ogni anfratto, con l’aiuto della vecchia foto cerco di riconoscere particolari e angolazioni.
Dopo poco, la parola “nido!” rimbomba nella vallata ed è subito festa.
Un tappeto di robusti rami secchi, ormai semi decomposti resiste tutt’ora, dopo un secolo, al centro di una grande cavità alta circa tre metri ed esposta a sud ovest; è questo tutto ciò che resta del leggendario nido che al tempo misurava circa due metri per tre. La quota sul livello del mare è di seicento metri e l’altezza da terra è di circa cinque metri (fatto alquanto particolare).
Mi immedesimo in Stemmler, cerco la prospettiva esatta da dove scattò l’immagine storica, la trovo, medito a lungo in silenzio soddisfatto e orgoglioso. Presto però l’emozione lascia il posto alla malinconia.
Mi sembra di vederli quei sardi, in velluto scuro e gambali di cuoio, fieri e tutti d’un pezzo, che dopo aver accontentato “l’ospite”, si arrampicano ed entrano sul nido prelevando per sempre il pulcino per rivenderlo a caro prezzo ad uno zoo.
Anche un adulto, come racconterà Stemmler nel suo diario, cederà ad un inganno e verrà catturato vivo da una micidiale tagliola, di loro non si seppe più nulla.
Andiamo via,consapevoli di essere tra i pochi fortunati che hanno avuto il privilegio e la buona sorte di trovare un tesoro rimasto quasi immacolato per cent’anni, la missione è compiuta.
Con l’augurio di rivedere presto l’elegante sagoma del gipeto volteggiare nei nostri cieli, intanto per ora noi abbiamo sognato ad occhi aperti.

L’esito della spedizione alla ricerca del nido del gipeto è frutto di un eccezionale lavoro di squadra, di ricerca e studio, è doveroso ringraziare Mario Pappacoda, Marcello Grussu, Maurizio Medda e Vittorio Asuni carissimi amici del Gruppo Ornitologico Sardo per le preziose informazioni.


