Oltre la luce – valli oscure e vette sommerse: i canyon sottomarini


di Giulia Mura

del collettivo “In a Seashell

In questa raccolta di articoli viaggeremo dalla superficie agli abissi alla scoperta dei loro segreti. La rubrica è ideata e sviluppata da In a Seashell, un collettivo di giovani ricercatori e artisti che mira a divulgare la scienza e la conservazione naturale in modi nuovi e innovativi.

Schema della suddivisione dei piani marini. Illustrazione di Valerio Morabito ©.

Il vecchio e il mare

Il rituale è sempre lo stesso: macchina fotografica al collo, binocolo in mano e cappello a tesa larga per coprire l’insidiosa luce che vuole filtrare fino a riflettersi sull’oculare al quale devo appoggiare gli occhi. Improvvisamente, il silenzio. Il fruscio delle onde che si infrangono sulla prua mi culla in uno stato di concentrazione profonda, e qui inizia la ricerca in questo apparente deserto blu, infinito dedalo di emozioni.

Ma il mare aperto è davvero una distesa desertica? O meglio, il mare è davvero solo una distesa?

Proviamo a chiudere gli occhi, trattenere il respiro e immergerci sotto la superficie: cosa potremmo vedere? Il fondale sotto di noi sarebbe solcato da valli, montagne, colline, rughe, esattamente come sulla terraferma. Queste morfologie si sono sviluppate in scale temporali geologiche e caratterizzano i fondali creando habitat diversi tanto quanto lo sono le Alpi rispetto alla Pianura Padana.

Attraverso lo specchio

Attraversando lo specchio della superficie marina, una delle molte meraviglie che possiamo incontrare sono i canyon sottomarini, complessi sistemi di trasporto sedimentario che collegano il continente agli abissi. Se sparisse tutta l’acqua, il paesaggio che potremmo osservare non sarebbe molto diverso dal Grand Canyon.

Nonostante abbiamo mappato solo il 27% dei fondali oceanici (una lacuna di conoscenza che fa molto riflettere, considerando che abbiamo mappato al 100% la superficie della Luna), sappiamo che nel Mediterraneo sono presenti circa 500 di queste strutture. La loro origine è generalmente legata a processi di erosione risalenti a 5-6 milioni di anni fa quando, durante la Crisi di salinità del Messiniano, il mare si prosciugò quasi completamente, permettendo ai fiumi di scavare profonde valli.

L’isola del tesoro

In ecologia, definiamo keystone species le specie la cui presenza è fondamentale per il mantenimento dell’equilibrio di un ecosistema, come i lupi, gli orsi e gli squali. 

In quest’ottica, i canyon sottomarini sono qualcosa di ancora più complesso: sono infatti keystone structures, ossia strutture naturali capaci di aumentare la biodiversità.

La loro morfologia accidentata, rocciosa e impervia crea una grande eterogeneità di habitat lungo le pareti verticali dei canali di erosione, dove le forti correnti impediscono la sedimentazione del fango. Qui prosperano le comunità di coralli, animali coloniali il cui scheletro funge da rifugio, area di riproduzione e nursery per innumerevoli specie.

Grazie alla loro conformazione a imbuto i canyon incanalano le masse d’acqua in profondità facendole risalire e innescando il fenomeno dell’upwelling. Le correnti ascensionali portano così in superficie i nutrienti che alimentano il fitoplancton azionando il motore biologico della rete alimentare del nostro mare.
In queste particolari zone dunque è possibile trovare una grande abbondanza di microorganismi vegetali (il fitoplancton appunto), ed è proprio questo il fattore che attira a cascata consumatori primari, secondari e così via, fino ad arrivare ai predatori apicali come i cetacei.

Ventimila leghe sotto i mari

Seguendo i profili irregolari dei canyon possiamo incontrare forme di vita straordinarie, i cetacei, i quali si sono evoluti lontano dalla calda luce del Sole, che li accarezza solo nei brevi momenti in cui tornano in superficie per respirare.

Chi sono le creature che viaggiano (più o meno) indisturbate nei 1500 m di acqua sotto di noi? I deep divers, ovvero quei cetacei che hanno fatto del buio il loro mondo, del suono la loro vita. Nello specifico, oggi conosceremo i più “deep” dei deep divers.


Il capodoglio (Physeter macrocephalus) è il più grande predatore marino, con i suoi 12-18 metri di lunghezza. Si è perfettamente evoluto per la vita negli abissi, infatti il suo enorme cranio ospita:

  • Le labbra foniche, che producono il suono, di solito un “click”, attraverso i sacchi aeriferi;
  • Lo spermaceti, una sostanza cerosa e grassa attraverso la quale il suono si propaga fino al sacco d’aria nasale distale che, posto sopra le ossa del cranio, riflette il suono verso la parte anteriore del capo;
  • Il junk, l’organo che amplifica e proietta il suono in avanti;
  • Il grasso acustico nella mandibola, che permette, invece, la ricezione delle onde sonore riflesse su prede e ostacoli.
Il capodoglio è identificabile con il tipico soffio a 45 gradi.
Giulia Mura ©, Menkab il respiro del mare.

Il capodoglio produce click fino a 235 dB: questa altissima intensità gli permette di individuare prede a centinaia di metri di distanza, nel buio totale, attraverso l’ecolocalizzazione.

Utilizzando un idrofono, un particolare microfono subacqueo, si può ascoltare il loro linguaggio, permettendoci di ricavare preziose informazioni sulla loro attività. 

click regolari sono utilizzati per la scansione dell’ambiente, mentre i creaks, ovvero dei click emessi rapidamente, indicano la fase finale dell’attacco alla preda. Dall’analisi dei contenuti stomacali di capodoglio è emerso che la preda preferita in Mediterraneo è la specie di calamaro Histioteuthis bonnellii.
Oltre all’acustica, anche l’analisi delle immagini ci aiuta a monitorare questi animali: attraverso la foto-identificazione della pinna caudale e del dorso, possiamo documentare la vita e gli spostamenti dei diversi individui attraverso tutto il Mediterraneo nel tempo. In questo modo quindi è possibile studiare i capodogli nel loro ambiente e valutare il loro stato di salute.

Gabriele Principato ©, Menkab il respiro del mare.

Ancora più estremo è però lo zifio (Ziphius cavirostris), la cui fisiologia è un enigma che la scienza ancora non ha compreso a fondo. Questo cetaceo detiene il record assoluto di apnea, raggiungendo profondità di quasi 3000 m e trattenendo il respiro fino a 4 ore. Come riesce a non soccombere alla malattia da decompressione (MDD) o a uno schiacciamento dei polmoni? La sua strategia prevede il collasso alveolare programmato e una concentrazione molto alta di mioglobina nei muscoli per immagazzinare l’ossigeno. Anche lo zifio, come il capodoglio, ha la necessità di immergersi nelle profondità per cacciare, utilizzando in egual modo l’ecolocalizzazione. Le conoscenze sul repertorio vocale dello zifio sono ancora limitate, ma l’utilizzo di una tecnologia sempre più avanzata per la registrazione acustica ci aiuterà a comprendere sempre di più su questo misterioso animale.

Il salto dello zifio è un evento molto raro da osservare e documentare.
Giulia Mura ©, Menkab il respiro del mare.

Il capodoglio e lo zifio vivono in un mondo fatto di suoni, dai quali dipendono totalmente per orientarsi, nutrirsi e comunicare. Cosa succede quando tutto intorno a loro navi lunghe centinaia di metri devono spostarsi velocemente da un lato all’altro del globo o quando vengono utilizzati strumenti rumorosi come i sonar? Naturalmente per questi animali che si sono evoluti per “vedere” attraverso il suono, queste situazioni rappresentano uno stress notevole e una grande minaccia per la loro sopravvivenza.

Il paradiso (quasi) perduto

La stessa dinamica che rende i canyon sottomarini oasi di vita li rende anche trappole per rifiuti, tra cui macro e microplastiche: un solo metro quadrato di plastica può frantumarsi in 40.000 minuscole microplastiche. Studi recenti (Ellie S. Jones et al., 2022) indicano che le concentrazioni di microplastiche nei sedimenti dei canyon sottomarini sono tra le più alte mai registrate sul pianeta. Queste particelle, una volta depositate, entrano nella rete alimentare attraverso gli organismi filtratori e detritivori, risalendo fino al livello dei predatori apicali, tra cui i nostri cetacei. 

Conoscere per proteggere

I canyon sottomarini sono, a tutti gli effetti, oasi di biodiversità. Monitorare la presenza dei cetacei in questi ambienti attraverso la foto-identificazione e gli idrofoni ci permette di definire quali zone richiedano una gestione rigorosa del traffico marittimo e dell’inquinamento acustico. La salvaguardia dei mammiferi marini ci permette di studiare le variazioni ambientali in mare, rendendo questi organismi delle vere e proprie sentinelle del clima. 

Trascorrere il tempo in natura ci insegna che la conoscenza non diminuisce lo stupore, ma lo amplifica. Il mare che attraversiamo, sfruttiamo, osserviamo non è soltanto una distesa d’acqua, ma un mondo tutto da scoprire.

Quando navighiamo, siamo sospesi tra due universi paralleli, il cielo che ci sovrasta, attraversato dagli instancabili uccelli sferzati dal vento, e il mare che ci sostiene, ferito dai nostri errori, ma pervaso dalla vita allo stato puro.

Benvenuti negli abissi, un mondo così lontano, eppure così vicino.

Gabriele Principato ©, Menkab il respiro del mare.

Bibliografia

Approfondimenti:

Associazione per la salvaguardia del Mediterraneo | Menkab

L’Associazione “Menkab: il respiro del mare” opera dal 2010 a sostegno delle attività di ricerca scientifica e di educazione ambientale dedicate al Mar Mediterraneo, con lo scopo di contribuire alla protezione del suo fragile ecosistema.