Alla ricerca di Blue

di Tiffany Ambrosini


L’Italia sta diventando una grande nursery per la Tartaruga marina Caretta caretta, ma dietro quello che sembra un miracolo della natura si nasconde l’ombra del cambiamento climatico. Il progetto fotografico “Alla ricerca di Blue” documenta questa espansione silenziosa e il lavoro di chi lotta per proteggerla. Negli ultimi anni, le spiagge italiane sono state testimoni di un fenomeno senza precedenti: le tartarughe marine stanno scegliendo gli arenili del Nord della penisola per nidificare. Non si tratta più solo delle spiagge calde della Puglia o della Calabria; i nidi si moltiplicano ora in Toscana e Liguria, territori un tempo considerati troppo “freddi” per la riproduzione di questi rettili. Questa espansione geografica non è necessariamente una buona notizia, quanto un segnale d’allarme.

Neonati di Tartaruga Caretta caretta  raggiungono il mare

Nikon Z7II Nikkor 24-70 mm f2.8

Tiffany Ambrosini ©

Per un rettile come la Caretta caretta, la temperatura non è un dettaglio: è ciò che decide il futuro della specie. All’interno del nido, infatti, sono il calore e la posizione dell’uovo a determinare il sesso dei nascituri. Generalmente, nella parte superiore del nido, dove le temperature sono più alte, si sviluppano esemplari femmine; nella parte inferiore, più fresca, nascono i maschi. Il rischio concreto è una “femminilizzazione” di massa, con una drastica riduzione della diversità genetica. Inoltre, l’aumento delle temperature marine potrebbe avere un impatto negativo sulle risorse alimentari della specie.

L’innalzamento termico subirà mai un’inversione di marcia? E soprattutto, come possiamo proteggere questa specie in un ecosistema sempre più antropizzato? Da questi interrogativi nasce “Alla ricerca di Blue”, un progetto fotografico dedicato alla conservazione. Il reportage rende omaggio ai volontari, ai tecnici e agli operatori che ogni anno attivano complessi protocolli di gestione per garantire che i neonati possano raggiungere il mare sane e salve.

Operatore tecnico durante la fase di campionamento e ricerca della camera di deposizione. L’intervento si è reso necessario a seguito del rinvenimento di tracce di emersione di neonati di Caretta caretta in un settore dell’arenile precedentemente non identificato come sito di nidificazione. Il fenomeno dei cosiddetti ‘nidi intercettati’ è una variabile nota nei protocolli di monitoraggio: l’azione combinata di agenti atmosferici, livellamento antropico della spiaggia, può determinare la cancellazione della traccia di femmina

Nikon Z7II Nikkor 24-70 mm f2.8

Tiffany Ambrosini ©

Il monitoraggio e la pressione antropica

A partire da giugno, la selezione dei siti di deposizione è regolata da parametri abiotici precisi — temperatura, granulometria della sabbia e distanza dalla battigia — fattori critici per il successo dell’incubazione. Tuttavia, questo delicato equilibrio deve oggi confrontarsi con una forte pressione antropica: le operazioni di pulizia meccanica e manuale degli arenili, l’occupazione massiva di ombrelloni e sdraio che invadono intere spiagge e l’inquinamento luminoso che disorienta sia le femmine che i neonati.

In questo contesto entra in gioco l’attività di monitoraggio condotta sui litorali della Versilia e della Liguria di Levante. Le spiagge vengono perlustrate all’alba per individuare le tracce di risalita (caratteristiche scie a “U”). Una volta  identificata la traccia, si attivano i protocolli di tutela necessari per trasformare zone ad alto impatto turistico in aree sicure, garantendo la protezione della prole fino alla schiusa.

Un volontario controlla la temperatura della sabbia

Lumix S5 S-50 mm f1.8

Tiffany Ambrosini ©

La schiusa: una corsa contro il tempo

Il periodo di incubazione oscilla mediamente tra i 45 e i 70 giorni. Sebbene la natura non conceda date certe, il monitoraggio termico quotidiano permette ai ricercatori di elaborare modelli predittivi, individuando l’intervallo di alta probabilità per l’emersione.

Con l’approssimarsi della schiusa, inizia il presidio H24. L’area viene preparata con la creazione di un corridoio essenziale per indirizzare i piccoli verso il mare. In questa fase, il protocollo di illuminazione è ferreo: è consentito esclusivamente l’uso di luci rosse, spettro che non interferisce con l’orientamento dei rettili. Al contrario, la luce bianca delle infrastrutture antropiche rappresenta una minaccia critica, inducendo spesso le tartarughe a una migrazione letale verso l’entroterra.

Recinzione protettiva del nido in attesa della schiusa

Nikon Z7II Nikkor 24-70 mm f2.8

Tiffany Ambrosini ©

“Eccole!”: il grido rompe l’attesa nel cuore della notte. In pochi istanti, la superficie sabbiosa soprastante il nido cede, creando un piccolo cratere da cui emergono le prime teste. È l’inizio dell’emersione. Mentre un volontario cataloga metodicamente ogni neonato, il resto del team presidia il corridoio per garantire alle piccole un percorso sicuro. La tensione resta alta fino alla battigia, il punto più critico: qui la risacca rischia di rigettare a riva i piccoli esemplari, esponendoli al pericolo di schiacciamento.

Due neonati di Caretta caretta emergono dalla sabbia. La camera di deposizione è situata a una profondità minima di 20 cm dalla superficie; dopo la schiusa, i neonati restano in uno stato di quiescenza fino a quando l’inversione termica notturna non funge da stimolo. Questo drastico cambio della temperatura del suolo innesca il risveglio spesso collettivo, coordinando l’emersione di massa verso la superficie

Lumix S5 S-50 mm f1.8.

Tiffany Ambrosini ©

Ricerca e analisi scientifica

Non ogni nido garantisce il successo riproduttivo. Fattori ambientali avversi o il mancato concepimento possono determinarne la perdita. Trascorsi i 70 giorni senza emersione spontanea, interviene l’equipe tecnica per l’apertura del nido. Ogni uovo viene estratto e 

Un tecnico ispeziona le uova di un nido che non ha completato il ciclo di sviluppo. La scelta del sito di deposizione, troppo prossimo alla battigia, ha esposto la camera a un tasso di umidità critico: una condizione che agevola la proliferazione di agenti fungini, rivelatisi fatali per la sopravvivenza degli embrioni

Nikon Z7II  Nikkor 24-70 mm f2.8.

Tiffany Ambrosini ©

analizzato tramite speratura: una fonte luminosa permette di identificare residui di vitalità, vasi sanguigni o sagome embrionali. Le uova non schiuse diventano campioni biologici essenziali per la ricerca scientifica.

Un piccolo di tartaruga Caretta caretta esce dall’uovo

Nikon Z7II  Nikkor 24-70 mm f2.8

Tiffany Ambrosini ©

Durante l’ispezione, è possibile rinvenire esemplari vivi che non sono riusciti a risalire in superficie. Alcuni sono ancora in fase di fuoriuscita dal guscio e vengono ricollocati nel nido per completare il processo biologico. Prima del rilascio definitivo, ogni tartaruga viene sottoposta a un check-up biosanitario. I parametri biometrici vengono registrati e viene prelevato, dove possibile, il residuo del sacco vitellino: l’unica matrice biologica che consente di ottenere dati genetici indiretti sulla madre.

Un tecnico misura le lunghezza del carapace della neonata

Nikon Z7II Nikkor 24-70 mm f2.8

Tiffany Ambrosini ©
I tecnici preparano il box contenitivo per il rilascio in libertà

Nikon Z7II Nikkor 24-70 mm f2.8

Tiffany Ambrosini ©

Dopo essere state temporaneamente ospitate in un contenitore, le piccole tartarughe affrontano l’ultimo slancio. Il rilascio in mare è un momento unico: vedere queste minuscole creature superare innumerevoli ostacoli a poche ore di vita è una potente testimonianza della resilienza della natura.

Un tecnico accompagna le neonate sul corridoio che le aiuterà a raggiungere il mare

Nikon Z7II  Nikkor 24-70 mm f2.8

Tiffany Ambrosini ©

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