
di Andrea Romanazzi
La Murgia barese rappresenta un’entità geografica e geologica di straordinario interesse nel panorama del Mediterraneo centrale, configurandosi come un imponente altopiano calcareo che riflette una storia evolutiva di decine di milioni di anni. Da un punto di vista strettamente geologico, quest’area costituisce una porzione significativa dell’Avampaese Apulo dominato quasi esclusivamente dal Calcare di Bari, una successione sedimentaria di età Cretacica composta da calcari e dolomie. L’acqua piovana, resa debolmente acida dall’anidride carbonica atmosferica, scioglie il carbonato di calcio di tali rocce e penetra rapidamente nel sottosuolo generando il fenomeno geologico noto come “carsismo”. Questo processo alimenta così un importante acquifero profondo che si sviluppa in una rete di condotti orizzontali e verticali che poi scaricano a mare attraverso sorgenti costiere e subacquee.

Nonostante, per queste caratteristiche, l’Altopiano delle Murge sia privo di una rete idrografica superficiale, presenta zone umide con stagni, sia permanenti che temporanei, poco noti ma di grande rilevanza per la biodiversità. Queste aree allagate si sviluppano in depressioni del paesaggio carsico note come le doline, depressioni minori dalle tipiche forme “a scodella” a pianta circolare o ellittica e dai diametri di poche decine di metri. Quelle interessate da ristagni idrici risultano rivestite da depositi detritici argillosi (come le terre rosse di decalcificazione) o da strati di rocce meno permeabili, come calcari marnosi o brecce cementate che ne impediscono l’immediata infiltrazione dell’acqua nel sottosuolo.

Le intense piogge autunnali e invernali, superando la capacità di infiltrazione dello strato superficiale parzialmente impermeabile, permettono l’accumulo di acqua fino alla saturazione della depressione dando vita, appunto, a bacini di accumulo naturali. A questi si è affiancata, nel corso dei secoli, l’ingegnosità umana che ha dato vita ai votáni, cisterne artificiali realizzati per rispondere alla sete del bestiame e per fornire un punto d’acqua essenziale per i pastori durante le lunghe giornate di transumanza o di pascolo. Con il passare del tempo, la funzione puramente utilitaristica di questi manufatti si è arricchita di un valore ecologico inaspettato. Lungi dall’essere semplici pozze d’acqua, i votáni sono diventati nel tempo dei veri e propri santuari di biodiversità. Le loro acque temporanee o semi-permanenti hanno creato micro-habitat unici, ideali per la sopravvivenza e la riproduzione di numerose specie.
Se consideriamo solo l’estensione del Parco Nazionale dell’Alta Murgia, contiamo almeno venti specchi d’acqua, suddivisi in base al loro idroperiodo, ovvero il tempo di permanenza dell’acqua nel bacino: stagni permanenti, che mantengono l’acqua tutto l’anno e dunque rifugi vitali per la fauna stanziale e fondamentali per le specie con cicli riproduttivi lunghi; stagni temporanei con idroperiodo lungo, che conservano l’acqua per un periodo superiore ai sei mesi e permettono lo sviluppo di una vegetazione idrofitica complessa e infine stagni con idroperiodo breve, caratterizzati da una permanenza dell’acqua inferiore ai tre o quattro mesi e che ospitano specie “opportuniste” in grado di completare rapidamente il proprio ciclo vitale. Tra i bacini permanenti molti sono dei vuotani, come il manufatto denominato “Lago di Bitonto” o il “Vuotano Lamadenza”, importanti testimonianze di architettura rurale funzionale. La loro funzione primaria era infatti quella di fungere da lavatoio per gli ovini, un passaggio preliminare indispensabile prima della fase della tosatura, come evidente da altri manufatti architettonici limitrofi. Nel caso del Lago di Bitonto, un’iscrizione presente sulle rocce del vascone attesta che l’opera fu eretta nel 1864 per volontà di Vincenzo Rogadeo, illustre nobile e sindaco di Bitonto tra il 1870 e il 1875 e, successivamente, senatore del Regno d’Italia a partire dal 1889, conferendo all’opera non solo una importanza naturalistica ma anche storica. Attualmente, sebbene la struttura abbia perso la sua funzione originaria, ha assunto una nuova rilevanza ecologica all’interno del paesaggio murgiano. Il “Lago” costituisce oggi un punto di raccolta idrica fondamentale, fungendo da habitat per diverse specie animali e vegetali, incluse alcune varietà alloctone, come nel caso del già citato vuotano di Lamadenza.

Altro esempio è la Piscina di san Magno, un’antica e significativa cisterna a cielo aperto, situata tra i territori di Corato e Ruvo di Puglia, storicamente utilizzata come abbeveratoio per il bestiame, e costituita da una grande vasca recintata che raccoglie efficacemente le acque meteoriche, rimanendo spesso piena per gran parte dell’anno.

Tra i bacini a periodo lungo, data la contiguità spaziale e la rilevanza ecologica in quanto habitat prioritari, particolarmente interessanti sono alcuni specchi d’acqua situati nell’agro di Ruvo di Puglia, tra i quali spicca il sito denominato Cupone della Signora che ospita una comunità biologica composta da undici specie di invertebrati, con una presenza rilevante di anostraci e cladoceri.

Altrettanto interessante è il complesso di Taverna Nuova, che ospita tre corpi d’acqua di straordinario valore naturalistico.



Tra questi, il laghetto situato nelle vicinanze dell’omonima Masseria si configura come una caratteristica riserva artificiale, strutturata come una cisterna aperta ricavata direttamente sul substrato calcareo. Storicamente anche questa destinata all’abbeveraggio del bestiame, ha mostrato negli ultimi anni una progressiva e spontanea rinaturalizzazione, favorita da una sensibile riduzione del carico pascolivo. Tale evoluzione ha permesso lo sviluppo di una delle comunità di crostacei più diversificate dell’intera area, con un censimento che raggiunge le diciannove specie. La rilevanza conservazionistica del sito è sancita dalla sua classificazione come habitat prioritario 3170 relativo ai laghi eutrofici naturali. Tra i laghetti a idroperiodo breve particolarmente interessante sono i “Pozzi di Rota”, un bacino di dimensioni contenute che ospitano una lente mista di acqua risorgiva e piovana.


L’etimo “Rota” è direttamente collegato al rinvenimento di imponenti ruote in pietra, identificate come antiche macine, collocate all’interno di queste depressioni.


Tali manufatti offrono una chiara evidenza di una storica attività agricola dedicata alla molitura dei cereali. In stretta prossimità si trova il sito funerario di Mena che rende l’area particolarmente interessante in quanto testimonia una frequentazione costante tra il X e il IV secolo a.C.
La fauna dell’effimero
Abbiamo già fatto cenno ad alcune specie che vivono in tali aree. In particolare, gli stagni dell’Alta Murgia custodiscono un importante patrimonio di biodiversità. La fauna che popola questi specchi d’acqua è composta da organismi che hanno colonizzato le terre emerse circa 370 milioni di anni fa, mantenendo ancora oggi un legame indissolubile con l’elemento liquido per la respirazione cutanea e i cicli riproduttivi.Tra gli abitanti più arcaici figurano le libellule, la cui comparsa risale a oltre 350 milioni di anni fa. Le larve di libellula occupano una posizione apicale nelle reti trofiche dei piccoli bacini idrici, nutrendosi di macro-invertebrati acquatici e di girini. Esse contribuiscono attivamente, inoltre, al controllo delle popolazioni di zanzare, svolgendo un servizio ecosistemico di regolazione biologica. Altrettanto importante è la classe degli anfibi, suddivisi in anuri e urodeli. Tra i primi spicca il rospo comune (Bufo bufo), il più grande anuro d’Europa, che può superare i 15 centimetri di lunghezza e il rospo smeraldino italiano (Bufotes balearicus), specie pioniera, capace di colonizzare ambienti minimi e soggetti a rapido prosciugamento, grazie a una livrea biancastra con macchie verde smeraldo che ne facilita il mimetismo. La raganella italiana (Hyla intermedia) e le rane verdi (Pelophylax esculentus) completano questa comunità, con queste ultime che mostrano una distribuzione capillare in quasi ogni corpo idrico disponibile, dalle cisterne rurali ai laghetti carsici. Tra gli urodeli, anatomicamente caratterizzati dalla presenza della coda per l’intero ciclo vitale, troviamo il tritone italiano (Lissotriton italicus), la cui presenza è documentata con popolazioni significative presso Santeramo in Colle e nei territori tra Minervino e Spinazzola. Il successo biologico di questi animali è garantito da adattamenti fisiologici straordinari. Molti anfibi murgiani sono in grado di affrontare i periodi di siccità o freddo intenso attraverso l’ibernazione, un processo simile al letargo che riduce il metabolismo al minimo, permettendo la sopravvivenza senza l’assunzione di cibo per lunghi periodi. La riproduzione avviene generalmente in acqua, dove le femmine depongono uova protette da uno strato gelatinoso. Altrettanto interessanti sono due ordini di piccoli crostacei che vivono, appunto, in stagni temporanei o ad ambienti acquatici effimeri. I primi sono noti come “gamberetti fatati” (fairy shrimps), privi di carapace, caratterizzati da uova molto resistenti all’essiccazione e consentono loro di sopravvivere in stagni che si prosciugano periodicamente, un adattamento fondamentale per gli ambienti temporanei. I secondi, i cladoceri, sono invece comunemente chiamati “pulci d’acqua”, e presentano un corpo racchiuso in un carapace bivalve e si muovono con movimenti a scatti, da cui il nome.
Il ruolo di bioindicatori e le minacce ambientali
Gli anfibi dell’Alta Murgia sono considerati bioindicatori d’eccellenza. La permeabilità della loro pelle li rende estremamente sensibili ai cambiamenti chimici dell’acqua e del suolo; pertanto, il loro declino è così il primo segnale di un degrado ecosistemico profondo. Negli ultimi decenni, questa classe di vertebrati è risultata la più a rischio di estinzione a livello globale. Oggi questa fauna è in particolar modo minacciata dall’accelerazione dei processi di interramento frequentemente innescata da pratiche agronomiche insostenibili all’interno delle doline (quali la distruzione delle matrici rocciose). Tale processo non solo comporta una drastica riduzione della batimetria dello stagno, ma può altresì compromettere la vitalità delle banche di uova durevoli e delle spore di macrofite presenti nel substrato. A ciò si aggiunge l’apporto di composti chimici fertilizzanti, i quali innescano fioriture algali potenzialmente tossiche, rendendo l’ambiente inadatto alla sopravvivenza della maggior parte della fauna specializzata. Ne consegue che la conservazione di tali ecosistemi non può prescindere da una rigorosa pianificazione del paesaggio circostante, finalizzata a minimizzare l’input di inquinanti e sedimenti. Gli ambienti lentici del Parco Nazionale dell’Alta Murgia costituiscono un patrimonio di inestimabile valore biologico, evolutivo e culturale, e ogni specchio d’acqua, dalla pozza effimera al votáno a regime perenne, rappresenta un elemento essenziale di un mosaico ecologico che conferisce resilienza all’intero altopiano. Tutelare questi habitat significa estendere l’analisi oltre l’apparente aridità della matrice lapidea. Ciò implica il riconoscimento del ruolo cruciale di esseri viventi dal minuscolo crostaceo che nuota nella depressione idrica o alla bellezza di una pteridofita che attende la precipitazione per mesi sotto una crosta di fango essiccato. La loro tutela rappresenta un imperativo etico e scientifico nei confronti di un patrimonio che affonda le sue radici nella storia profonda del paesaggio e dell’interazione antropica con esso.


