
di Andrea Romanazzi
Questo approfondimento si propone di condurre il lettore in un affascinante viaggio nel cuore del Parco Nazionale dell’Alta Murgia attraverso la scoperta del borgo di Quasano, non un comune autonomo, ma una borgata che si posiziona strategicamente ai margini dell’ampia area protetta, fungendo da porta d’accesso privilegiata a questo singolare paesaggio.

Il Parco, istituito il 10 marzo 2004, da circa due anni fa parte del sistema di geoparchi mondiali UNESCO. Si estende su una superficie considerevole di circa 68.077 ettari, occupando una porzione significativa del più vasto territorio murgiano, che copre circa 120.000 ettari totali. L’elemento geomorfologico distintivo dell’area è il suo altopiano calcareo, una formazione geologica emersa attraverso un lentissimo processo durato all’incirca 70 milioni di anni. L’aspetto dominante del paesaggio è senza dubbio la sua natura rocciosa e brulla, un tratto talmente caratteristico da aver dato il nome all’intera regione: le “Murge”, toponimo deriva dal latino “murex” (murice, ovvero roccia aguzza), un termine che, a sua volta, è probabilmente legato, attraverso l’osco, a una più antica radice preindoeuropea diffusa nel Sud Italia che significava semplicemente “pietra”. La descrizione forse più evocativa e poetica di questo paesaggio scarno e maestoso è stata offerta da Tommaso Fiore, intellettuale e scrittore pugliese, che ne ha saputo cogliere la dimensione al contempo figurativa e spirituale: “Nessuna traccia di alberi, tranne intorno ai paesi per due o tre chilometri; sotto l’oceano di luce uguale, perspicua… anche l’altopiano nudo è un succedersi di ondate di grigio e ferrugigno lievemente mosse, all’infinito”. Fiore descrive un infinito “vuoto” visivo, un’immensità che, pur nella sua apparente monotonia cromatica, suggerisce un movimento continuo e primordiale. Oggi, questo stesso “vuoto” e la sua unicità geologica e ambientale sono stati ufficialmente riconosciuti dall’Unione Europea, che lo ha designato come area prioritaria per la conservazione della biodiversità e del patrimonio geologico. Infatti, il Parco è caratterizzato da un territorio fortemente modellato, in milioni di anni, dall’acqua che così ha dato vita a una miriade di forme geomorfologiche spettacolari come il Pulo di Altamura, i pulicchi di Gravina e Toritto, oltre alle numerose doline e inghiottitoi tra cui la Grave di Finocchio Grande nota anche con il nome di Faraualla, termine che deriverebbe dalle parole “foro nella valle” o dalla leggendaria esistenza del temibile bandito Faraualla che, una volta catturato, venne gettato vivo nella voragine. L’identità umana e culturale dell’Alta Murgia è indissolubilmente forgiata dal millenario fenomeno della transumanza, una pratica zootecnica di fondamentale importanza che ha plasmato il paesaggio e la società di questi altopiani. Questo movimento stagionale del bestiame, documentato fin dall’epoca romana e fulcro dell’economia rurale per secoli, ha interessato i territori dell’attuale Parco Nazionale attraverso una fitta e storica rete di percorsi. Questi sentieri erbosi, noti come tratturi e tratturelli, costituiscono la dorsale di una vera e propria “autostrada verde” che attraversa e costeggia il Parco, agendo da cruciale elemento di connessione tra i centri abitati stanziali e i pascoli d’altura stagionalmente più fertili. Lungo l’articolazione di questi percorsi pastorali, il paesaggio murgiano si arricchisce di testimonianze architettoniche che rappresentano l’espressione più pura dalla sapienza costruttiva locale. Tra questi manufatti lapidei, lo jazzo si erge a vero e proprio fulcro funzionale della pastorizia murgiana.

Si tratta di un complesso strutturale costituito primariamente da un esteso recinto in pietra a secco, realizzato con le abbondanti pietre calcaree locali senza l’uso di malta, e serviva non solo a contenere il gregge, ma anche a suddividere i capi in base alle esigenze della lavorazione del latte o della tosatura. Questi recinti erano quasi sempre completati da strutture di supporto abitative e di servizio, come i casoni o lamioni. Si tratta di costruzioni monocamerali, anch’esse edificate interamente in pietra calcarea locale, caratterizzate da una solida e distintiva copertura a volta a botte che garantiva stabilità termica e protezione dagli elementi. Queste strutture rappresentavano il riparo per i pastori durante le lunghe permanenze in altura. Elementi di pari importanza per la sussistenza della comunità pastorale erano i votani, sistemi ingegnosi e vitali per la raccolta e la conservazione dell’acqua piovana. Essendo l’Alta Murgia un territorio caratterizzato da un esteso carsismo ipogeo che assorbe rapidamente ogni goccia d’acqua superficiale, la disponibilità idrica era estremamente precaria. I votani, pozzi o cisterne interrate, erano quindi essenziali per l’abbeveraggio del bestiame e per le necessità umane. Oggi, queste emergenze storiche non sono solo reperti archeologici, ma costituiscono un inestimabile patrimonio culturale e paesaggistico che andrebbe meglio conosciuto e valorizzato come percorso di mobilità lenta (trekking, cicloturismo, ippovie). Un simile approccio di fruizione sostenibile permetterebbe una rilettura dinamica e profonda della storia economica, sociale e antropologica della Puglia rurale, trasformando le tracce del passato in un vettore di sviluppo culturale e turistico per il presente e il futuro.

Il Borgo di Quasano
L’esplorazione del Parco parte da uno dei pochi borghi adiacenti al perimetro del Parco Nazionale: Quasano. L’etimologia del toponimo è dibattuta. La tradizione popolare, imbevuta di suggestioni legate alla salubrità del luogo, narra che derivi dall’esclamazione “Qui si sana“, attribuita a una leggendaria nobildonna di nome Prosapia durante un soggiorno curativo. Tuttavia, una lettura più probabile connette il nome alla risorsa idrica peculiare del sito, che contrasta con la siccità dell’altopiano circostante, suggerendo una derivazione dalla locuzione “Acqua Sana”, indicante un luogo con acque ristoratrici. Questa ipotesi è rafforzata dalla posizione geografica del borgo, modellato e cinto da una serie di solchi carsici noti come “piccole lame” (tra cui Lamadenza, Lama d’Inverno e Lama di Città), che ne interconnettono l’abitato all’idrografia superficiale del territorio.

Fino agli anni Quaranta del Novecento, Quasano manteneva una struttura edilizia di marcata sobrietà rurale, dominata dalla presenza imponente del Lamione del Barone di Toritto e dalla piccola ma significativa chiesetta dedicata alla Madonna degli Angeli. Di fronte all’antica masseria baronale, nel cuore pulsante del borgo, si erge uno degli alberi monumentali censiti della Regione Puglia, un Leccio (Quercus ilex) noto come “Albero della Bugia”.

Piantato presumibilmente nella seconda metà dell’Ottocento, l’albero non è solo un elemento botanico, ma un simbolo plastico del declino della funzione nobiliare. La sua piantumazione è legata a una complessa vicenda legale del 1856, quando il duca Caravita espose senza successo una causa contro il Comune di Toritto per rivendicare la proprietà dell’aia antistante la sua masseria. La sconfitta giudiziaria portò il Comune a una scelta urbanistica e simbolica: piantare il leccio proprio di fronte al cancello principale dell’antica fattoria. Questa collocazione, tutt’altro che casuale, aveva lo scopo di sancire l’uso pubblico dello spazio conteso e di impedire fisicamente il facile accesso a carri e carrozze. L’origine del nome, invece, “Albero della Bugia” è avvolta nel folklore locale: la narrazione più accreditata suggerisce che l’ampia chioma del leccio fosse il luogo d’incontro privilegiato di popolane che si riunivano all’ombra per “spettegolare” sugli eventi quotidiani del borgo. Nato storicamente quindi come avamposto stagionale legato alla transumanza e alla villeggiatura nobiliare, l’abitato si è sviluppato attorno a questo nucleo centrale.

Oggi il borgo, immerso nell’ecosistema murgiano, si è affermato come un punto di riferimento naturalistico di grande rilevanza, fungendo da porta d’accesso per escursionisti e studiosi del Parco Nazionale dell’Alta Murgia. La vegetazione del Parco Nazionale dell’Alta Murgia si presenta come un mosaico botanico di grande valore, arricchito da elementi rari e rigorosamente protetti. Lo strato arbustivo è dominato da specie iconiche della macchia mediterranea, tra cui il Perastro (Pyrus amygdaliformis), il Pruno selvatico (Prunus spinosa) o la Rosa canina. Di eccezionale rilevanza scientifica e conservazionistica è la presenza del mandorlo selvatico (Prunus webbii). Questa specie, classificata come fanerofita cespugliosa, riveste un ruolo cruciale poiché in Italia il suo areale di distribuzione è estremamente limitato, crescendo esclusivamente in Puglia e Sicilia. Il suo status di specie minacciata, come attestato dalla sua inclusione nelle “Liste rosse regionali delle piante d’Italia”, rende la salvaguardia del suo specifico habitat una priorità assoluta e non negoziabile per le politiche di conservazione del Parco. anche lo strato erbaceo, che si estende attraverso un habitatdiversificato che include garighe, pascoli aridi e campi abbandonati, rivela una complessità floristica sorprendente. Accanto a una vasta gamma di graminacee, si distinguono specie imponenti e scenografiche come la Ferula (Ferula communis): pianta maestosa con steli alti e robusti, tipica dei paesaggi aridi, l’Asfodelo (Asphodelus spp.) e il Cardo asinino (Onopordum acanthium). Un elemento di particolare fascino è la stipa pennata (Stipa pennata), localmente nota come “lino delle fate”. Questa denominazione popolare è dovuta alle caratteristiche reste lunghe, flessuose e piumose che sormontano le infiorescenze, creando un effetto di leggerezza e movimento che impreziosisce il paesaggio steppico.

Le orchidee spontanee della Murgia e il bosco autoctono di Quasano
Nonostante la ricchezza di flora già menzionata, il vero e indiscusso fiore all’occhiello e il tesoro botanico di questo territorio sono le orchidee selvatiche. L’Alta Murgia è riconosciuta come un hotspot di biodiversità per queste delicate e affascinanti piante, con decine di specie che fioriscono tra marzo e maggio. La loro presenza, spesso in endemismi o varietà rare, sottolinea l’integrità ecologica e la qualità ambientale del Parco, rendendolo una meta di primario interesse per gli appassionati di botanica e la conservazione della natura. Queste specie spontanee sono tutelate dalla Convenzione CITES, un trattato internazionale che individua specie animali e vegetali a rischio estinzione e ne proibisce rigorosamente la raccolta, il danneggiamento e l’eventuale commercio. Per quanto scritto, il bosco di Quasano è un vero e proprio gioiello naturalistico per la comunità scientifica, proprio nel campo della orchidologia.

La sua notorietà è infatti legata a un evento significativo avvenuto nel 1986: la prima individuazione degli esemplari di Ophrys exaltata subsp. mateolana, un ritrovamento che ha arricchito la conoscenza della biodiversità floristica del territorio. Oltre a questa scoperta fondamentale, l’area è costantemente sotto i riflettori di botanici e ricercatori, venendo citata in numerose pubblicazioni specialistiche come una stazione privilegiata. Questo status è dovuto alla particolare facilità con cui è possibile osservare e studiare l’ibridazione di un’altra sottospecie, l’Ophrys exaltata subsp. archipelagi.


La rarità, dovuta all’endemismo (la presenza di queste piante in un’area geografica molto circoscritta), e la contemporanea diffusione di specie di orchidee più “comuni” ma ugualmente affascinanti nonchè fondamentali per lo studio dell’ecologia e dell’evoluzione dell’ambiente, fanno di Quasano un’area di notevole interesse scientifico. si possono così osservare la Barlia robertiana (ora Himantoglossum robertianum), con le sue infiorescenze robuste e appariscenti, il giglio caprino (Orchis italica), dalle curiose infiorescenze a forma di piccoli omini, e la serapide pugliese (Serapias apulica), un’altra specie tipica della flora mediterranea pugliese.

Ogni anno, un flusso costante di visitatori si reca nell’area non solo per l’osservazione e il monitoraggio delle fioriture, un momento cruciale per documentare lo stato di salute degli ecosistemi, ma anche per studiare la “forma originale” delle specie, essenziale per la tassonomia e la conservazione. In aggiunta all’interesse scientifico, il bosco e i suoi dintorni offrono un’esperienza immersiva nella natura per gli escursionisti. Numerosi sentieri ben segnalati si diramano nel cuore del Parco Nazionale dell’Alta Murgia, permettendo ai visitatori di percorrere e ammirare il paesaggio carsico, la tipica steppa mediterranea e la ricchezza della macchia, consolidando la reputazione del Borgo come un luogo in cui scienza, natura e turismo lento si incontrano. Non meno significativa è la segnalazione e lo studio della falena Cymatophorina diluta, un lepidottero della famiglia Drepanidae che trova esclusivamente in quest’area del Parco le condizioni ecologiche ideali per il proprio ciclo vitale.


Quasano tra trekking e turismo lento
Il Borgo non è, però, solo un luogo di interesse naturalistico, ma offre un’immersione completa nella storia e nelle tradizioni dell’Alta Murgia. Vari percorsi di trekking si snodano da Quasano per raggiungere varie masserie secolari, testimoni silenziose della civiltà contadina e pastorale, note come Jazzi. Si tratta di strutture autosufficienti, strategicamente posizionate nel territorio, che includono architetture dalle varie funzioni quali il “Casone”, edificio centrale per la produzione casearia, il “mungituro”, con i suoi recinti e la piscina per l’abbeveraggio. Esempi sono Jazzo Lamadenza, Jazzo la Sentinella e lo Jazzo Crocitto. Il Turismo Lento, poi, si lega indissolubilmente a una serie di Prodotti Agroalimentari Tradizionali (P.A.T.) come la Cervellata, una salsiccia tipica di Toritto e Quasano, servita tradizionalmente in “girelle” (spirali) che richiamano le circonvoluzioni cerebrali (da cui, secondo l’ipotesi locale, deriverebbe il nome), composta da tagli di manzo e suino conditi. Altro prodotto di punta è la mandorla Filippo Cea. Considerata una delle migliori varietà al mondo, questa cultivar autoctona è stata isolata a metà dell’Ottocento dall’agronomo torittese che le dà il nome. Caratterizzata da un guscio semiduro e un sapore dolce e intenso con eleganti note burrose, si distingue per l’elevato contenuto di oli essenziali (circa il 60%). È un Presidio Slow Food e un ingrediente d’elezione per l’alta pasticceria e la produzione di latte e pasta reale. Infine, va segnalata la “Fcazz Spigghuète” o Focaccia di Quasano, una deliziosa focaccia dolce arricchita con uva passa e pepe, un altro elemento prezioso della tradizione culinaria locale. Per quanto sin qui scritto, Quasano e il Parco Nazionale della Murgia in cui è incastonato, si configura come un “luogo dell’anima”, una sintesi perfetta dove la geologia della “pietra aguzza” si fonde con la natura e l’ingegno umano. Proteggere e conoscere questo Territorio significa preservare una mobilità sostenibile e offrire un’esperienza sensoriale completa fedele al suo nome, “qui si sana”, per ritrovare le radici più vere della terra di Puglia.


