Alla scoperta delle piante tintorie e dei loro segreti: la Robbia, Rubia tinctorum L.

di Astrid Sarrocco


01 – Rubia tinctorum L., 1753 – illustrazione botanica – ©Astrid Sarrocco 2026

Protagonista di questo articolo è la Robbia (Rubia tinctorum L.), una delle piante tintorie più celebri della storia e, probabilmente, la più iconica della tintura naturale. Appartenente alla famiglia delle Rubiacee, è dotata di radici molto profonde e articolate dalle quali è possibile estrarre fino a sei principali pigmenti tra cui alizarina e purpurina, che conferiscono loro il caratteristico colore rosso usato principalmente per tingere filati e tessuti. La diversa concentrazione di questi composti, l’età della pianta e il metodo di estrazione contribuiscono alla ricca gamma di tonalità rosa, rosse, aranciate e brune che caratterizzano le tinture ottenute da questa pianta.

La sua raccolta avviene generalmente dal diciottesimo al trentesimo mese di vegetazione, periodo in cui il contenuto di sostanze coloranti è massimo: nelle piante più giovani, infatti, i composti responsabili della colorazione non sono ancora completamente sviluppati.

Della stessa famiglia fanno parte anche altre specie come la Robbia selvatica – Rubia peregrina e alcune specie del genere galium, come ad esempio il Galium aparine, chiamato comunemente “attacaveste” e famoso per la sua capacità di aggrapparsi tenacemente agli indumenti e al pelo degli animali grazie ai piccoli peli uncinati che lo ricoprono e largamente diffuso su tutto il territorio. Non solo dalla Rubia tinctorum quindi, ma anche dalle specie selvatiche appartenenti alla stessa famiglia è possibile estrarre un colore altrettanto rosso, sebbene generalmente meno intenso. 

02 – Rubia peregrina, radice raccolta da pianta di Robbia selvatica – ©Astrid Sarrocco 2026

Origini e diffusione

Originaria del Medio Oriente e di alcune zone del Mar Mediterraneo, le sue proprietà erano conosciute fin dall’antichità.Conosciuta con diversi nomi nelle varie regioni del mondo, la Robbia e le specie affini del genere Rubiahanno svolto un ruolo fondamentale nelle tradizioni tintorie di Europa e Asia. Il loro utilizzo è documentato dall’area mediterranea fino al subcontinente indiano e la fama dei loro pigmenti rossi raggiunse anche i paesi dell’Europa settentrionale. Le prime testimonianze sull’utilizzo della Robbia, infatti, risalgono al Neolitico, quando se ne scoprirono le proprietà tintorie e l’arte della tessitura cominciò a svilupparsi.

Il suo nome deriva dal latino ruber, che significa “rosso” e tinctorum, “dei tintori” e conserva ancora oggi nel proprio nome il riferimento sia al colore che la rese celebre sia al suo tradizionale impiego nell’arte della tintura, tanto che anche il celeberrimo scrittore Plinio il Vecchio ne parla nella sua “Naturalis Historia” citandola come colorante impiegato in ambito tessile e tintorio.

Come già accennato le sue proprietà tintorie erano conosciute da tutti i popoli del bacino Mediterraneo comegli Egizi, i Greci, i Minoici, gli Etruschi e i Romani che ne estesero la coltivazione in molte province dell’Impero.

In Asia orientale la Robbia è conosciuta con il nome di akane, che significa letteralmente “radice rossa” (aka = rosso, ne = radice), termine che indica diverse specie del genere Rubia, in particolare la Rubia argyi. Utilizzata fin dall’antichità in Giappone, Corea e Cina, questa pianta forniva uno dei più antichi pigmenti rossi della tradizione tintoria asiatica. Anche in questo caso il nome stesso, “radice rossa”, richiama il colore intenso estratto dalle sue radici, ricche di composti antrachinonici come la già menzionata alizarina. 

Durante il Medioevo e l’Età Moderna, la coltivazione della pianta si diffuse in tutta Europa e la radice di Robbia divenne una merce di scambio fondamentale nel commercio tessile internazionale. Divenne importante anche nelle botteghe artistiche rinascimentali: le preparazioni a base di estratto di Robbia divennero famose con il nome di Lacca di Garanza o di Alizarina.  In queste botteghe, infatti, non solo si imparava a dipingere, ma anche a preparare i supporti e i colori necessari alla pittura e alle arti in generale. 

Le lacche di garanza nel complesso delle loro proprietà e caratteri sono colori indispensabili al pittore.

– (G. Piva, Manuale pratico di tecnica pittorica, Hoepli, Milano, 2008)

Anche il “Rosso Adrianopoli”, noto anche come Rosso di Turchia derivava dalla Robbia.

Originario dell’India, paese in cui era già noto l’uso delle radici ad uso tintorio, il complesso processo di tintura fu perfezionato nell’Impero Ottomano e prende il nome dalla città di Adrianopoli (l’odierna Edirne, in Turchia), dove si specializzarono i tintori greci. 

Nel XVIII secolo, il segreto fu introdotto in Francia grazie a maestri tintori di Smirne, dove fu chiamato Rouge d’Andrinople, e da lì all’Alsazia, la tecnica si diffuse rapidamente anche in Scozia e in Inghilterra, dove nacquero grandi manifatture tessili. Per questo motivo il Rosso di Turchia era considerato una tintura di grande pregio e la coltivazione della Robbia occupava vaste superfici agricole destinate all’approvvigionamento dell’industria tessile. 

La Robbia, inoltre, era impiegata soprattutto per tessuti destinati alla produzione di massa come le uniformi militari. La sua produzione era realtivamente economica ed era un colore molto resistente su lana oltre ad essere ben riconoscibile sul campo.

Era molto utile a mascherare lo sporco (e in parte il sangue) e, come già accennato nelgi articoli precedenti, il rosso era il colore associato al potere, alla guerra e al prestigio.

Basti pensare che nel XIX secolo la coltivazione era così importante che il Re di Francia Luigi Filippo I ordinò che i pantaloni dell’uniforme dell’esercito francese venissero tinti esclusivamente con la radice di Robbia, sia per i significati simbolici appartenenti al colore rosso, sia per favorire l’economia agricola locale. Inoltre, negli stessi anni la tecnica fu impiegata con successo anche nel Sud Italia, come nella rinomata Fabbrica di Robbia di Scafati.

La svolta decisiva nella storia dei coloranti avvenne nel 1856, quando il chimico William Henry Perkin sintetizzò per la prima volta la mauveina, dando inizio all’era dei coloranti artificiali. 

Questa scoperta segnò l’avvio dell’industria dei coloranti anilinici che, nel giro di pochi decenni, sostituì progressivamente le tradizionali tinture naturali, tra cui la Robbia, trasformando profondamente la produzione tessile europea.

Il processo subì un’ulteriore accelerazione nel 1869, quando fu introdotta la prima alizarina sintetica, ottenuta per via chimica a partire dall’antracene. Questo composto replicava uno dei principali pigmenti della robbia e rese economicamente superflua la coltivazione della pianta su larga scala, determinando il suo progressivo declino nell’industria tintoria.

Dopo l’avvento dei coloranti sintetici, la Robbia subì un progressivo abbandono nell’industria tessile, perdendo il ruolo centrale che aveva ricoperto per secoli. La sua coltivazione diminuì drasticamente, fino quasi a scomparire dal sistema produttivo europeo, soppiantata da una chimica dei colori sempre più efficiente, economica e standardizzata. Tuttavia, la pianta non scomparve mai del tutto, ma continuò a sopravvivere in contesti marginali, soprattutto all’interno di laboratori artigianali, pratiche tessili tradizionali e aree rurali dove il sapere tintorio veniva ancora tramandato attraverso l’esperienza diretta.

Nel corso del Novecento la Robbia iniziò lentamente a essere riscoperta, non più come materia prima industriale, ma come strumento espressivo legato alla sperimentazione artistica e alla ricerca sui materiali naturali. Artisti tessili, restauratori e studiosi delle tecniche storiche di tintura cominciarono a rivalutarne le qualità, interessandosi in particolare alla ricchezza delle sue tonalità rosse e alla variabilità dei risultati cromatici, influenzati dai mordenti, dal suolo e dai processi di estrazione. Proprio questa imprevedibilità, un tempo considerata un limite, venne progressivamente riconosciuta come un valore estetico e poetico.

I suoi usi nella tintura naturale

L’uso della Robbia nella tintura naturale è strettamente legato al processo di estrazione del colore e all’impiego dei mordenti, elementi che determinano in modo decisivo la resa finale delle tonalità. La sua è una delle estrazioni più lunghe e complesse, ma forse anche per questo una delle più soddisfacenti e affascinanti. Il colore non si ottiene semplicemente dalla pianta fresca, ma attraverso la lavorazione delle radici, che vengono estirpate, tagliate, essiccate e solo poi sottoposte a macerazione o bollitura in acqua, spesso più di una volta, così da liberare i composti coloranti presenti.

Una volta estratto il bagno tintorio, il colore della Robbia necessita quasi sempre di un mordente per fissarsi stabilmente alle fibre tessili. Sostanze come l’allume principalmente, il ferro o altri sali metallici non solo favoriscono l’adesione del pigmento al tessuto, ma ne modificano anche profondamente la tonalità, trasformando il rosso in sfumature più calde, aranciate oppure più scure. Questo dialogo tra pianta, acqua e mordente (oggi minerale ma in passato anche di origine animale) è uno degli aspetti più caratteristici della tintura con le piante tintorie e con la Robbia e contribuisce alla straordinaria varietà cromatica che ha reso questa pianta una delle protagoniste storiche dell’arte tintoria.

03 – Radici di robbia essiccate – ©Astrid Sarrocco 2026

La Robbia oggi

Oggi, la riscoperta della Robbia si inserisce in un contesto più ampio legato alla sostenibilità e alla ricerca di pratiche produttive più consapevoli. Nel movimento della tintura naturale contemporanea, la pianta è tornata a occupare un ruolo significativo, soprattutto nei campi dell’autoproduzione tessile, della moda sostenibile e dei laboratori artigianali, ma anche dei giardini e orti tintori che si stanno diffondendo sempre più non solo all’estero ma in molte zone del territorio italiano. 

In questo nuovo scenario, la Robbia non è più soltanto una fonte di pigmento, ma diventa parte di una filiera più lenta e controllata, che privilegia il rapporto diretto tra materia vegetale e processo creativo.

Il rosso ottenuto dalla Robbia assume un significato diverso rispetto al passato industriale. Non è più un colore prodotto in serie, ma il risultato di un processo lungo e trasformativo, che mette in relazione la pianta, la tecnica e il gesto manuale. 
La sua riscoperta non è quindi soltanto tecnica, ma anche culturale e simbolica, perché restituisce valore al tempo della trasformazione e al legame profondo tra uomo, arte e natura.

04 – Cotone mordenzato con allume e tinto con le radici di Robbia – ©Astrid Sarrocco 2026
05 – Radice di Robbia stampato su cotone mordenzato con allume di rocca – ©Astrid Sarrocco 2026

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