
di
Benedetta Troni

dal collettivo
“In a Seashell”
In questa raccolta di articoli viaggeremo dalla superficie agli abissi alla scoperta dei loro segreti. La rubrica è ideata e sviluppata da In a Seashell, un collettivo di giovani ricercatori e artisti che mira a divulgare la scienza e la conservazione naturale in modi nuovi e innovativi.

Quando si pensa agli habitat marini dominati da vegetali, a tutti vengono in mente le praterie di posidonia, a pochi magari riaffiora l’immagine di una foresta verticale di alghe brune, quasi a nessuno viene in mente una distesa di granuli rosa formati da alghe coralline. Eppure tutti e tre ospitano una ricchissima biodiversità, dalla quale dipendono persino alcune culture umane.
Il kelp
“Il numero di creature viventi di tutti gli ordini la cui esistenza dipende intimamente dal kelp è meraviglioso” scriveva Charles Darwin, riferendosi alle grandi foreste di Laminariales (un ordine di alghe brune), le quali possono innalzarsi anche per decine di metri nella colonna d’acqua fino alla superficie. Si crea così un habitat tridimensionale fatto cioè di diversi strati orizzontali, ognuno dei quali ha una sua comunità specifica.
Infatti, già solo partendo dalla base della foresta, dove il kelp si ancora grazie a un organo adesivo chiamato aptere, possiamo trovare spugne incrostanti, anemoni, vermi policheti, aragoste e ricci di mare. Invece tra i “fusti” (per le alghe è più appropriato parlare di stipite) nuotano molte specie di pesci che sfruttano questo habitat come rifugio, soprattutto durante la fase giovanile: sardine, spigole giganti, giovani merluzzi, pesci sebastidi ma anche predatori come squali e otarie. A tenere eretti gli stipiti sono delle strutture tondeggianti chiamate pneumatocisti riempite di gas, che funzionano quindi come tante piccole mongolfiere. Infine, nello strato a contatto con la superficie, la cosiddetta canopy, abbiamo qualche piccolo artropode ma le foglie possono essere così fitte e spesse che uccelli come gli aironi riescono a camminarci sopra per pescare, mentre le lontre le utilizzano come “culla” per i loro cuccioli.
Anche noi umani però rientriamo tra le specie che dipendono dal kelp, non solo perché molte delle specie che ci vivono sono anche di interesse per la pesca ma in quanto anche le alghe stesse sono spesso una risorsa alimentare, come nel caso di Undaria pinnatifida (il wakame del nostro sushi) e Saccharina japonica (un dolcificante). Alcune popolazioni di Cile, Australia e Nuova Zelanda utilizzano persino le specie del genere Durvillea per creare scarpe e borse.
Si tratta quindi di un habitat dal valore inestimabile sostenuto da un delicato equilibrio tra tutte le sue specie. Equilibrio che, purtroppo, la sovrappesca sta mettendo a dura prova: la cattura eccessiva di aragoste e l’uccisione delle lontre per la pelliccia, per esempio, in passato ha fatto sì che mancassero i predatori dei ricci di mare, che hanno quindi cominciato a mangiare il kelp senza controllo. Intere foreste sono scomparse così nell’arco di pochi anni.
Per fortuna queste alghe ricrescono in fretta e grazie a nuove leggi e la creazione di aree marine protette alcune zone sono state ripopolate, ma rimane sempre la minaccia del cambiamento climatico, dato che il kelp necessita di acque fredde.
Le Laminariales sono infatti diffuse a latitudini temperato-fredde, subpolari e polari, ma c’è una piccola eccezione, proprio nel cuore del nostro Mediterraneo.

Illustrazione di Valeria Serena Chiarini ©, colorazione di Valerio Morabito ©.
Il kelp dorato
Laminaria ochroleuca, chiamata anche il kelp dorato, nel Mediterraneo si trova solo nel Mar d’Alboran e nello Stretto di Messina, ma è presente anche in alcune zone dell’Atlantico. Si ritiene che durante il Neogene fosse diffusa in tutto il bacino occidentale del Mediterraneo, grazie a dei collegamenti più estesi con l’Oceano Atlantico e le sue acque più fredde e meno salate. La popolazione dello Stretto di Messina sarebbe quindi un relitto, sopravvissuto grazie al fatto che in quest’area sono presenti condizioni più simili a quelle ancestrali rispetto al resto del Mediterraneo. Queste foreste, inoltre, spesso sorgono lungo tratti in cui si ha un periodico rimescolamento tra le acque superficiali del Mar Tirreno, che discendono, e quelle profonde del Mar Ionio, che risalgono. Il continuo rinnovamento dello strato d’acqua a contatto con la superficie di queste alghe permette quindi uno scambio più facile di gas metabolici e il rifornimento di nutrienti che favoriscono la crescita del kelp.
L. ochroleuca forma aggregazioni molto dense a profondità di 40-60 metri e crea così due tipi di habitat: su fondi rocciosi abbiamo individui con gli stipiti ben eretti, in substrati misti invece il kelp è prostrato sulla sabbia.
Rispetto al kelp atlantico, in questo caso gli individui raggiungono dimensioni più piccole, 1,5 m massimo 2 m, ma ospitano comunque un’ampia varietà di specie tanto che il Laminarietosum ochroleucae è considerato un habitat di interesse prioritario dalla Comunità Europea. Oltre a tutti i benefici della foresta di cui abbiamo già parlato, gli apteri delle laminarie sono anche in grado di intrappolare e accumulare sedimento rendendo quindi il substrato più stabile e facile da colonizzare per altri organismi. Infine, si ritiene che abbiano anche un ruolo nella protezione delle coste durante le tempeste, perché le loro foglie ampie sono in grado di ridurre la potenza delle onde in quest’area molto idrodinamica.
Purtroppo, nello Stretto di Messina sono molti i pericoli che il kelp deve affrontare, alcuni dei quali rischiano di farlo sparire per sempre: l’aumento delle temperature a causa del cambiamento climatico, l’acidificazione dell’acqua, gli scarichi urbani che intorbidiscono le acque e portano spesso inquinanti e ovviamente la pesca a strascico. Quest’ultima in particolare ha gli effetti più distruttivi: può ribaltare completamente il fondale, trascinando nella rete tutta la laminaria, come se nella foresta passasse un bulldozer.
Nemmeno se le alghe fossero di pietra, potrebbero resistere a questa minaccia.
I letti di alghe coralline
L’ultimo habitat di questo articolo è il meno conosciuto e il più bistrattato. Il nome deriva dal fatto che queste alghe, stavolta di colore rosso-rosato, sviluppano un tallo ricco di carbonato di calcio, come i coralli. Possono trovarsi dalla fascia dell’intertidale, la zona del litorale interessata dall’escursione di marea, fino a 250 m di profondità, ma a differenza di tutte le specie di cui abbiamo parlato prima non sono ancorate al fondale. Le correnti e le maree quindi fanno “rotolare” queste alghe sul fondale e ciò determina differenze importanti nelle loro forme di crescita, di cui le principali sono 3: il boxwork, più grosso e ricco di pori; le praline compatte e nodulari; e infine le ramificate. In biologia marina questi habitat si chiamano maërl, nel caso in cui il nodulo sia costituito da una sola alga, oppure letti a rodoliti, quando invece c’è un nucleo di accrezione (un sassolino, un frammento di guscio…).

Crediti: Ifremer, Banc de maërl en rade de Brest, 25/03/2025.
Pur non essendo delle vere e proprie foreste anche questi strati di alghe, che possono arrivare persino a qualche decimetro di spessore, creano ancora una volta un habitat tridimensionale nei quali sono state contate fino a 700 specie: bivalvi, piccoli artropodi, anellidi a volte addirittura cementati con i loro gusci carbonatici alle alghe stesse. Ogni granulo quindi diventa un microcosmo a sé stante la cui crescita è regolata dall’irraggiamento solare, dall’andamento delle correnti e anche dall’apporto di fango nel fondale. Infine, anche qui troviamo pesci e artropodi di interesse commerciale, solitamente predatori che si nutrono dei piccoli invertebrati nascosti tra i granuli.
Proprio per quest’ultimo motivo, tuttavia, i letti di alghe coralline sono uno degli habitat più danneggiati dalla pesca a strascico. Le reti, i cui bordi sono rinforzati con delle catene metalliche, frantumano i granuli e rivoltano il fondale come un solco d’aratro tanto che le conseguenze si vedono anche all’ecoscandaglio: sullo sfondo nero spiccano delle striscie bianche, come enormi unghiate, in certi casi così fitte che dell’habitat non resta più niente.

Crediti: Gewin V, Troubled Waters: The Future of Global Fisheries, PLoS Biol, 2/4/2004.
In teoria i letti di alghe coralline sarebbero protetti da diverse convenzioni europee che vietano la pesca a strascico su di essi, ma spesso questa avviene comunque in maniera illegale oppure perché questi habitat non sono stati correttamente mappati. Una review di Ingrassia e colleghi (2023) infatti, segnalava come in Italia ci fosse ancora una conoscenza frammentata o persino insufficiente sulla distribuzione e sulla tipologia dei letti a rodoliti nelle acque italiane. Quindi che senso ha proteggere qualcosa se non sappiamo neanche dove si trova? O quale sia il suo stato di benessere generale?
Sicuramente la situazione è molto seria, per tutti e tre gli habitat, ma non serve disperarsi. Come ci ricorda la stessa Thalassia Giaccone, una dei principali esperti di L. ochroleuca, il Mediterraneo è sì un hotspot per il cambiamento climatico e le minacce antropiche, visto che ci stanno pigiati 28 Stati, ma potrebbe essere anche un calderone di nuove soluzioni per la conservazione. In 28 Stati ci sono milioni e milioni di persone e ciascuna di esse, ogni giorno, può fare la differenza.
Bibliografia
Ingrassia, M., Pierdomenico, M., Casalbore, D., Falese, F. G., & Chiocci, F. L. (2023). A review of rhodolith/maerl beds of the Italian seas. Diversity, 15(7), 859.
Giaccone, T. (2025). Ecosystemic health: considerations and insights on a kelp forest in the Strait of Messina (Italy). O Mundo da Saúde, 49.
Velásquez, M., Fraser, C. I., Nelson, W. A., Tala, F., & Macaya, E. C. (2020). Concise review of the genus Durvillaea Bory de Saint-Vincent, 1825. Journal of Applied Phycology, 32(1), 3-21.
Wernberg, T., Krumhansl, K., Filbee-Dexter, K., & Pedersen, M. F. (2019). Status and trends for the world’s kelp forests. In World seas: An environmental evaluation (pp. 57-78). Academic Press.

