Specie protette o scarto di pesca? Il paradosso delle catture accidentali nel Mar Mediterraneo


di
Luca Paoletti

dal progetto
“Oltre la superficie”


Il pesce che acquistiamo non viaggia mai da solo. Mentre i banchi delle pescherie mostrano una perfetta e invitante varietà di pesci selezionati, se ci spostiamo a bordo dei pescherecci nel momento in cui le reti vengono salpate, la realtà assume sembianze ben diverse: un caotico groviglio di vita in cui le specie commerciali si trovano fianco a fianco con una quantità spesso inimmaginabile di organismi che non vedranno mai le nostre tavole. Una mortalità silenziosa che colpisce da vicino animali come delfini, tartarughe, squali, coralli, spugne e uccelli marini. È il volto invisibile del bycatch, la cattura accidentale e involontaria di tutto ciò che il mercato non ha richiesto, ma che la tecnologia attuale non è in grado di risparmiare. Questo termine racchiude al suo interno diverse categorie: che vanno dal bycatch commerciale (specie non oggetto della pesca specifica ma con valore commerciale) allo scarto di pesca, o discard, (individui di interesse commerciale ma sottomisura o danneggiati e specie prive di interesse commerciale), fino alla cattura accidentale di specie protette o vulnerabili. Un’ultima categoria a sé stante è rappresentata dal debris, ovvero l’insieme di sassi, legno e macroplastiche che spesso schiaccia e rovina il pescato intrappolato nelle reti.

Anatomia dello scarto di pesca: un mare di risorse sprecate

In rapporto agli organismi regolarmente sbarcati nei porti, la frazione rigettata in mare costituisce una percentuale significativa. Le stime ufficiali della FAO indicano che, nel solo bacino del Mar Mediterraneo e del Mar Nero, il volume degli scarti si aggira intorno alle 230.000 tonnellate all’anno, una cifra che corrisponde a circa il 18% del pescato totale. Tra le tecniche più impattanti che alimentano questo spreco sistematico, la pesca a strascico è la principale responsabile, a causa della scarsa selettività intrinseca di un attrezzo che ara il fondale catturando indiscriminatamente qualsiasi organismo incontri sul suo cammino.

Tuttavia, questi dati rappresentano una netta e preoccupante sottostima del fenomeno reale. Le statistiche attuali soffrono di profonde lacune (data gap) a causa dell’incapacità di monitorare in maniera omogenea i diversi attrezzi e del fatto che si indagano soltanto aree geografiche ristrette per un arco temporale relativamente breve. Questo approccio offre una fotografia istantanea delle dinamiche locali, lasciandosi sfuggire l’estensione della problematica su più ampia scala. A questa frammentazione si aggiunge una sistematica distorsione nei campionamenti: molti dei monitoraggi scientifici si basano su accordi con pescatori già propensi a collaborare e storicamente più attenti alla sostenibilità delle loro calate. Di conseguenza, i dati ufficiali mancano quasi totalmente di fotografare la realtà di chi è più restio a seguire i regolamenti o opera nell’illegalità, lasciando la comunità scientifica priva dei dati proprio laddove l’impatto del bycatch e dello scarto di pesca potrebbe essere più devastante.

Molte specie marine sono opportuniste per natura e, di fronte alla prospettiva di una facile preda, non esitano a rischiare. I dati numerici sulle catture accidentali nel Mediterraneo e nel Mar Nero, raccolti dalla CGPM/FAO tra il 2000 e il 2020, descrivono una pressione preoccupante sui grandi organismi pelagici. Da un punto di vista strettamente quantitativo, le tartarughe marine costituiscono circa l’89% delle catture accidentali, seguite dagli elasmobranchi (squali e razze) con circa l’8%. Gli uccelli e i mammiferi marini rappresentano insieme il restante circa 4% dei record. Analizzando nel dettaglio questi dati, emergono dinamiche specifiche e preoccupanti:

  • Tartarughe marine: su un totale stimato di circa 463 mila catture, la tartaruga comune (Caretta caretta) rappresenta da sola il 99% dei casi (circa 458 mila segnalazioni), seguita dalla tartaruga verde (Chelonia mydas, circa 5,5 mila segnalazioni) e dalla rara tartaruga liuto (Dermochelys coriacea, 105 segnalazioni). I tassi più elevati di cattura si concentrano nelle acque costiere e prossime alla costa, che spesso fungono da aree primarie di alimentazione o riproduzione. L’impatto maggiore è associato ai palangari (42,7%) e allo strascico di fondo (37,1%), mentre la piccola pesca artigianale ricopre un ruolo minore (18%). Le tartarughe, attratte dalle esche sugli ami o nel tentativo di depredare le reti, rimangono tragicamente coinvolte in un’interazione che spesso porta alla morte per asfissia, non potendo più riemergere per respirare.
  • Squali e razze: su circa 37 mila casi, è stato segnalato il coinvolgimento di ben 49 specie di elasmobranchi. Tra le catture accessorie più frequenti figurano lo squalo grigio (Carcharhinus plumbeus, circa 8 mila casi) e lo squalo palombo (Mustelus mustelus, circa 6 mila casi) (entrambi teoricamente tutelati dall’Allegato III della Convenzione di Barcellona), seguiti dal pesce chitarra dal mento nero (Rhinobatos cemiculus). Anche per questo gruppo, l’utilizzo dei palangari (37,8%) e lo strascico di fondo (33,2%) rappresentano le minacce principali, mentre alla piccola pesca costiera è attribuito il 19,4% delle interazioni.
  • Mammiferi marini: i dati sulle catture di queste specie sembrano incoraggianti e derivano in parte dal divieto dell’uso delle reti da posta pelagiche (pelagic driftnets). Su circa 9,8 mila segnalazioni complessive, emerge un dato macroscopico e un’inversione di rotta: la piccola pesca rappresenta il 96,9% delle interazioni a causa dell’uso diffuso di reti da posta fisse, come il tramaglo. Molte delle catture provengono dal Mar Nero, mentre tenendo in considerazione solo il Mar Mediterraneo (669 segnalazioni) le specie di cetacei di medie e piccole dimensioni sono le vittime principali: come la stenella striata (Stenella coeruleoalba, 47,7%), il delfino comune (Delphinus delphis, 20,5%) e il tursiope (Tursiops truncatus, 13,8%).
  • Uccelli marini: i dati sulle catture di queste specie nell’area della CGPM rimangono scarsi e frammentati, con stime solo approssimative su un numero ristretto di tecniche di pesca. Su circa 6,7 mila segnalazioni, quasi il 99% delle interazioni si divide tra piccola pesca (51,7%) e palangari (47,6%). Ad oggi, specie endemiche e minacciate, come la berta minore (Puffinus yelkouan) e la berta delle Baleari (Puffinus mauretanicus), pagano il prezzo più alto; inoltre, moltissime specie di gabbiani sono coinvolte in queste dinamiche. Gli uccelli hanno imparato a rubare le esche dei palangari poco prima che vengano calate in profondità, rimanendo allamate o impigliate per poi essere trascinate in profondità.

Quantificare con esattezza il danno demografico subito dalle specie marine è estremamente complesso, poiché le stime sull’abbondanza delle popolazioni vulnerabili derivano spesso proprio dagli indici indiretti ricavati dalle interazioni con la pesca. L’impatto della pesca non si abbatte solo sulle specie target e sulle catture accessorie, ma sull’intera rete trofica, agendo parallelamente su più livelli. Con l’intensificarsi della domanda di mercato e dello sforzo di pesca, il prelievo eccessivo di risorse ha innescato il fenomeno globale dell’overfishing (sovrapesca). Questo squilibrio si verifica quando la mortalità indotta dalla pesca raggiunge un livello tale per cui la biomassa degli stock ittici, in rapporto alle capacità riproduttive e alla mortalità naturale, mostra un tasso di crescita negativo. Le fluttuazioni ecologiche indotte dall’overfishing sulle specie target, combinate agli impatti del bycatch sugli organismi non commerciali, alterano in maniera drammatica il delicato equilibrio che sostiene la rete trofica tra preda e predatore. Questo processo può culminare nel collasso non solo delle risorse di interesse commerciale, ma coinvolgere direttamente o indirettamente tutte le specie connesse. 

Nel tempo, la progressiva riduzione del pescato ha spinto i pescatori a utilizzare attrezzi sempre più invasivi e a competere con i predatori naturali. In un mare sempre più povero, la presenza di esche o di pesci già impigliati e impossibilitati a fuggire rappresenta un facile pasto. Questo ha segnato l’inizio di un logorante conflitto socio-economico tra i pescatori e i predatori apicali. Un esempio emblematico nel Mediterraneo è l’interazione tra la piccola pesca artigianale e i tursiopi. Questi cetacei, dotati di un’elevata plasticità comportamentale e di straordinaria intelligenza, riconoscono i pescherecci e ne seguono le rotte. Una volta che le reti da posta sono calate in mare, si avvicinano per derubare il pescato, strappando le maglie di nylon. Talvolta questo porta alla loro cattura accidentale, rimanendo intrappolati nelle reti, e talvolta alla loro morte, non potendo più respirare in superficie. Per molti pescatori la loro sola presenza è una vera e propria sciagura, poiché consapevoli che quella battuta di pesca sarà molto magra. La presenza dei tursiopi disturba e disperde i banchi di pesci, riducendo drasticamente l’efficienza della battuta di pesca, il guadagno economico e costringendo l’equipaggio a spendere ore di lavoro per riparare gli attrezzi o nel tentativo di liberare gli animali. Allo stesso tempo, l’impatto biologico ed ecologico sui tursiopi è considerevole: l’ingestione accidentale di porzioni di nylon può provocare gravi danni all’apparato digerente, oltre a lesioni cutanee e infezioni dovute alla frizione con la rete. Storicamente, l’esasperazione economica è talvolta sfociata in casi di uccisione intenzionale dei cetacei, o in gravi mutilazioni praticate per liberare rapidamente gli attrezzi da pesca senza dover tagliare le reti. La dipendenza dei delfini dalla depredazione e dallo scarto di pesca si è trasformata in una forma di opportunismo tale da essere ormai tramandata anche ai nuovi nati. Questo altera in modo permanente le naturali capacità predatorie dei giovani cetacei e perpetua, generazione dopo generazione, un conflitto con l’uomo che sembra non avere via d’uscita. Dinamiche più distruttive si sono verificate con gli squali e potrebbero verificarsi con il ritorno della foca monaca lungo le nostre coste, che per anni ha interagito proprio con la piccola pesca.

Eppure, i numeri impressionanti del bycatch sulle specie pelagiche diventano veramente piccoli se confrontati con l’enorme biomassa scartata in relazione alle specie associate al fondale, o bentoniche. Una cattura non occasionale ma costante e silenziosa, lontana dall’attenzione pubblica, dove l’elevatissimo numero di individui e di specie risulta non solo complesso da censire, ma anche da quantificare. Questa enorme biomassa, sottorappresentata anche nel campionamento scientifico, rappresenta una percentuale preponderante dello scarto di pesca rispetto alle specie pelagiche.

Nel Mediterraneo, lo strascico di fondo rigetta in mare tonnellate di invertebrati (stelle marine, ricci, oloturie, gasteropodi, bivalvi e crostacei non commerciali) e piccoli pesci piatti o di fondo che costituiscono la vera impalcatura degli ecosistemi. Una volta in mare, questa elevata biomassa rappresenta un vero e proprio banchetto per numerose specie. Spesso, quando osserviamo i pescherecci in navigazione circondati da enormi stormi di gabbiani colti da una frenesia palpabile, stiamo assistendo proprio a questa dinamica dove l’equipaggio seleziona il pescato o getta in mare lo scarto appena recuperato.

Il problema nasce soprattutto dall’interazione che gli strumenti di pesca hanno con il fondale marino. Sebbene siano presenti numerosi studi, la maggior parte si concentra sulla pesca industriale, che rappresenta una frazione della forza lavoro del settore. Secondo la FAO, nel Mar Mediterraneo circa l’80% della flotta peschereccia (circa 66 mila imbarcazioni) è legata alla piccola pesca artigianale, con imbarcazioni che lavorano prevalentemente entro la piattaforma continentale (0-100 metri di profondità). Se la pesca industriale a strascico colpisce e distrugge principalmente i fondali sabbiosi e fangosi, è la piccola pesca artigianale a danneggiare maggiormente i fondali rocciosi, dove si sviluppa il coralligeno, e sabbiosi, dove si sviluppano le praterie di Posidonia, i due ecosistemi più importanti che sostengono la biodiversità dei nostri mari.

In particolare, il coralligeno è caratterizzato da specie biocostruttrici e tridimensionali, note come ingegneri ecosistemici, la cui complessità strutturale fornisce riparo, cibo e aree di riproduzione per una varietà di organismi sorprendente, comprese numerose specie di valore commerciale.

Sebbene la piccola pesca presenti una capacità distruttiva immediata inferiore rispetto alla pesca a strascico, se perpetuata nel tempo e nella stessa area, la sua azione può risultare altrettanto distruttiva. Quando le reti da posta vengono calate a ridosso delle pareti rocciose, possono impigliarsi su specie erette e strutturanti come cnidari (gorgonie e coralli), poriferi (spugne) e briozoi. Il recupero degli strumenti comporta la rottura di frammenti o di interi organismi. Questi organismi altamente protetti, una volta issati a bordo vengono tragicamente declassati a scarto di pesca, lasciando dietro di sé un fondale che perde di qualsiasi funzione. Molte specie di ottocoralli hanno tassi di crescita estremamente lenti. Decenni di catture accidentali e un uso intensivo degli attrezzi stanno avendo un impatto drammatico su queste popolazioni, poiché il loro accrescimento è troppo lento per compensare tali pressioni antropiche. In specie come il corallo rosso (Corallium rubrum) o la gorgonia (Paramuricea clavata) potrebbero essere necessari oltre 50 anni per tornare a un buono stato di salute. 

Tecnologia e Consapevolezza: verso una pesca selettiva

A livello globale, il Mar Mediterraneo è uno dei bacini con il più alto tasso di sovrasfruttamento, all’interno del quale la flotta italiana occupa una posizione di primo piano per volume e impatto della pesca industriale. Comprendere e sviluppare strategie efficaci per ridurre il numero di catture accessorie rappresenta una sfida ambientale ed economica di drammatica complessità, le cui implicazioni si estendono ben oltre i confini della ricerca scientifica, intrecciandosi con le delicate dinamiche sociali, culturali ed economiche che vedono i pescatori nel ruolo di protagonisti. L’aumento sistematico delle segnalazioni sul declino demografico dei grandi vertebrati marini ha così guidato lo sviluppo di attrezzi e dispositivi di mitigazione, alcuni dei quali già operativi, progettati specificamente per ridurre le catture accidentali di queste specie:

  • Tartarughe marine: nelle reti a strascico si utilizzano i TED (Turtle Excluder Devices), griglie metalliche deflettrici poste prima del sacco terminale che deviano le tartarughe verso un’uscita di sicurezza, mentre il pescato prosegue verso il fondo della rete. Nei palangari, la sperimentazione si concentra su ami circolari (Circle Hooks) ad ampia curvatura in modo da ridurne l’ingestione e facilitarne il rilascio. Tuttavia, studi a lungo termine evidenzino come essi aumentino proporzionalmente le catture di alcuni elasmobranchi, come le verdesche, pur prevenendo, anche in questi casi, l’ingestione profonda dell’amo.
  • Uccelli marini: per ridurre le incursioni dell’avifauna, sono stati sperimentati degli “affondatori” che calano le esche dei palangari direttamente in profondità, nascondendole alla vista degli uccelli. Questa tecnica può essere accompagnata dalle Tori Lines (o linee spaventapasseri), cavi fluttuanti dotati di nastri colorati che impediscono visivamente agli uccelli di tuffarsi nella zona critica di calata.
  • Squali e razze: si sta sperimentando l’uso di magneti in grado di generare un campo elettro-magnetico che queste specie tendono ad evitare, dato che la loro capacità di orientamento e parzialmente di cacciare si basa sulla percezione degli stimoli bioelettrici ambientali. Tuttavia, questi prototipi rischiano di rendere sospettose anche specie bersaglio di alto pregio, come il tonno rosso, riducendo la resa economica complessiva della calata.
  • Piccoli cetacei: per diverso tempo sono stati usati pinger acustici a emissione continua, attraverso l’uso di determinate frequenze per allontanare i cetacei, che si orientano e comunicano attraverso gli ultrasuoni. Se inizialmente questi strumenti hanno riscosso un importante successo, nel tempo si sono dimostrati inefficaci e controproducenti. I cetacei, come i tursiopi, non solo si erano abituati alla loro presenza, ma era diventata addirittura una “campanello di richiamo” per un facile pasto. Per disinnescare questa abitudine, il progetto Life DELFI, coordinato dal CNR, sta promovendo l’adozione dei DiD (Dolphin Interactive Deterrent). Questi dissuasori interattivi emettono ultrasuoni a frequenza variabile solo quando i sensori rilevano i “clic” del bio-sonar dei cetacei in avvicinamento, riducendo le possibilità di abituarsi alla loro presenza, dell’inquinamento acustico sottomarino e preservando la durata delle batterie.
  • Specie bentoniche: Questo comparto soffre storicamente di una carenza di azioni concrete applicabili su larga scala. Nella piccola pesca, spesso le reti vengono rapidamente recuperate e pulite dallo scarto solamente una volta in porto; in questo modo, anche le specie più resistenti muoiono o si disidratano, compromettendo le loro capacità di sopravvivere. Alcune specie di Cnidari, come il corallo rosso, se liberate velocemente dalle reti e poste in recipienti colmi di acqua di mare mostrano un buon tasso di sopravvivenza. I protocolli adottati prevedono il loro trasferimento in acquari con parametri chimico-fisici controllati per poi utilizzare questi organismi, a distanza di alcuni mesi, in progetti di trapianto e ripristino ambientale. Tuttavia, sono progetti di difficile attuazione su ampia scala e nel lungo periodo, poiché necessitano di un notevole sforzo sia da parte dei pescatori sia degli enti che gestiscono gli acquari. Nella pesca industriale a strascico, invece, lo scarto associato a queste specie viene direttamente rigettato in mare con uno scarso monitoraggio sul loro reale stato di salute.

Un aspetto critico che è impossibile ignorare risiede nel fatto che la maggior parte di queste tecnologie per i grandi vertebrati si trova ancora in una fase puramente sperimentale, o viene applicata solo su un ristretto “campione di prova” rispetto all’immensa flotta attiva nel bacino. Sebbene i risultati biologici siano degni di nota, non assicurano ancora, da soli, una transizione totale verso una pesca selettiva. Inoltre, l’introduzione di queste innovazioni avverrebbe inevitabilmente in tempi molto dilatati, poiché una riconversione tecnologica così repentina risulta tecnicamente ed economicamente insostenibile per gli operatori del settore. L’aumento dei costi per l’acquisto dei dispositivi, unito a una potenziale e iniziale contrazione nella capacità di cattura delle specie bersaglio, indurrebbe una radicata e comprensibile resistenza da parte dei pescatori che oggi si trovano a dover sostenere spese elevate all’interno di un settore che sta attraversando una forte crisi.

Quando lo scarto diventa risorsa: la landing obligation

Per trasformare lo scarto di pesca in una risorsa, l’Unione Europea ha attuato una delle riforme più radicali della Politica Comune della Pesca: l’Obbligo di Sbarco (Landing Obligation, Art. 15 del Reg. UE 1380/2013). Questa norma impone il divieto di rigettare in mare le catture accidentali di specie soggette a quote e a taglia minima legale nel Mediterraneo (come naselli, triglie o gallinelle) ma sottomisura o danneggiate. Questa frazione del pescato deve essere obbligatoriamente registrata a bordo, portata a terra e destinata a scopi diversi dal consumo umano diretto (farine ittiche, mangimistica o bio-cosmesi), senza che questo generi un profitto commerciale per i pescatori. L’unica concessione legale prevede il rilascio in mare non solo delle specie vietate alla pesca, come alcuni squali, ma anche delle sole specie per cui è documentato scientificamente un alto tasso di sopravvivenza dopo la cattura, come sogliole, scampi, astici, aragoste e molluschi bivalvi, a seconda dell’attrezzo da pesca utilizzato. 

Tuttavia, l’applicazione pratica di questa norma si scontra con un profondo paradosso logistico e burocratico. La maggior parte delle marinerie e dei porti italiani non dispone ancora delle infrastrutture e delle catene del freddo necessarie per stoccare e avviare al riciclo industriale tonnellate di biomassa invendibile. A questo scenario si somma un complesso sistema di deroghe, come le esenzioni de minimis, applicate in caso di strutturale mancanza di spazio a bordo per lo stoccaggio del pescato o di un eccessivo costo economico per la loro selezione manuale da parte dell’equipaggio. Questo riduce l’efficacia della norma e rende i controlli in mare estremamente complessi, trasformando una grande intuizione ecologica in una legge di difficile attuazione.

Pesca selettiva o pesca sostenibile?

Il paradosso della pesca si concretizza nella seguente frase: specie protette in mare ma scarto di pesca a bordo. Di fronte a questo stallo, la transizione verso una pesca più responsabile risulta una sfida monumentale, ma non impossibile. Spesso si cerca di andare verso una pesca sostenibile, ma in che modo ci si potrebbe riuscire? Una volta sul banco del pesce, distinguere tra un esemplare pescato in maniera sostenibile o uno catturato illegalmente è veramente complesso. La speranza risiede nello sviluppo di una pesca selettiva, che non solo vada a garantire il rispetto della taglia delle specie di interesse commerciale, ma che riduca, per quanto possibile, le catture accessorie. 

In un mercato dove la richiesta ittica aumenta costantemente, e gli stock collassano ciclicamente, è necessaria una maggiore consapevolezza nelle scelte che facciamo. Spesso siamo portati a dimenticare che fino a circa 60 o 80 anni fa il Mediterraneo custodiva una complessità di vita completamente diversa da quella che conosciamo oggi. Non è un caso che i racconti dei vecchi pescatori sulla battuta di pesca più straordinaria della loro carriera guardino sempre e solo al passato. In questo scenario, il pescatore non deve essere identificato come il nemico del mare: egli è, per necessità e storia, il primo tra i suoi custodi. Oggi più che mai, solo la cooperazione e il dialogo tra i pescatori e la ricerca possono promuovere lo sviluppo di soluzioni tecnologiche all’avanguardia e indirizzare risposte legislative coerenti con i problemi attuali.

Eppure, chi tiene in mano la scacchiera è in realtà il consumatore, che in base alle sue scelte influenza radicalmente l’intero settore ittico. È fondamentale conoscere e richiedere la corretta compilazione dell’etichetta di provenienza del pescato. Questo strumento permette di identificare il vero nome scientifico della specie che si vuole acquistare (riducendo le frodi alimentari), la zona geografica di cattura (zone FAO) e, soprattutto, identifica la categoria di attrezzo da pesca utilizzato, premiando chi il mare lo rispetta e costringendo la filiera a cambiare rotta, prima che non ci sia più nulla da proteggere e il banco del pesce rimanga vuoto.

Bibliografia

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“Oltre la superficie: le vittime invisibili della pesca” è un progetto di comunicazione e sensibilizzazione sul bycatch, e cioè la cattura accidentale di specie non target della pesca. Solo in Italia, ogni giorno centinaia di migliaia di organismi, tra invertebrati, cetacei, squali, uccelli marine e tartarughe, finiscono rigettati in mare senza vita. Per fare la differenza dobbiamo imparare a ridurre lo spreco alimentare, e a pescare in modo sostenibile, attraverso una consapevolezza di pescatori e consumatori.

Un progetto cofinanziato da Fondazione PuntoSud, Fondazione Cariplo e l’Unione Europea.

Per saperne di più: https://www.wildita.com/oltre-la-superficie