La lenta scomparsa delle grandi foreste animali nel Mar Mediterraneo


A cura di
Luca Paoletti

dal progetto
“Oltre la superficie”

Intervista a Carlo Cerrano


Il mare è strano, perché bisogna immergersi in profondità, dove la luce si affievolisce, per accorgersi, con l’aiuto di una torcia, che il buio non ha portato via i colori. Ci si trova a esplorare fondali rocciosi che ricordano immensi giardini costantemente in fiore, una distesa infinita di colori vivaci e di straordinaria bellezza. Eppure, ogni singolo “fiore”, struttura o sfumatura di colore è in realtà un organismo vivente. Questo è il coralligeno, uno dei più importanti ecosistemi marini del Mar Mediterraneo.

Si tratta di un substrato duro di origine biogenica, prodotto a partire da alghe calcaree incrostanti (Rhodophyta: Corallinophycidae) e, secondariamente, da numerosi organismi vegetali e animali. In questo senso, il coralligeno rappresenta un complesso di comunità biologiche (biocenosi) che vede nelle “foreste animali” la sua massima espressione, come quelle sviluppate dalla gorgonia rossa, Paramuricea clavata (Risso, 1827), o dal corallo rosso, Corallium rubrum (Linnaeus, 1758). Ciò che lo rende unico è il livello di biodiversità e complessità strutturale che, con l’aiuto di numerose specie erette, è in grado di sviluppare andando ad offrire rifugio, nutrimento e aree di riproduzione per centinaia di altre specie, comprese quelle di interesse per la pesca.

Tuttavia, l’equilibrio su cui poggia il coralligeno è tanto affascinante quanto drammaticamente fragile. Le specie strutturanti che lo compongono sono organismi longevi e caratterizzati da una crescita estremamente lenta. Questa eccezionale longevità e tridimensionalità si trasformano oggi nel loro principale punto di vulnerabilità di fronte alle attività umane legate alla piccola pesca. Le reti da posta e i palangari si impigliano facilmente nei rami delle gorgonie, sradicando le colonie o inducendo danni meccanici che portano a sviluppare necrosi o parassitosi. Una volta issate a bordo, da specie protette vengono declassate a scarto di pesca, alimentando le catture accessorie (bycatch bentonico); un fenomeno di cui è difficile tenere traccia, poiché non correttamente censito o soggetto a una sottostima dovuta alla frammentazione delle colonie o dei singoli rami che li porta a rimanere in mare. Inoltre, la perdita di strumenti da pesca crea un danno perpetuo e distruttivo su questo ambiente (ghost net). A queste dinamiche si sovrappone oggi una minaccia di carattere globale: le ondate di calore marine (Marine Heatwaves). L’innalzamento anomalo delle temperature penetra ogni anno a profondità sempre maggiori, innescando eventi di mortalità di massa che decimano intere foreste animali. Quando l’impatto distruttivo della pesca e lo stress termico agiscono in sinergia, le capacità di sopravvivenza di questi organismi collassano.

Per comprendere la gravità di questi cambiamenti, l’efficacia dei progetti di “riforestazione” e la reale capacità di resilienza del coralligeno, abbiamo chiesto un parere al Prof. Carlo Cerrano, docente di restauro ecologico dei fondali duri e delle barriere coralline tropicali presso l’Università Politecnica delle Marche (UNIVPM) e punto di riferimento internazionale per lo studio e la conservazione degli ecosistemi bentonici.

Le foreste di gorgonie, come quelle sviluppate dalla Paramuricea clavata, costituiscono uno degli habitat più importanti dei nostri mari. Foto di Alessandro Grasso, archivio See in the Sea UW photocontest.
  • Professore, il coralligeno sostiene una biodiversità straordinaria ma oggi risulta drammaticamente vulnerabile. Quali sono le dinamiche biologiche che lo rendono così fragile? e perché il ruolo degli “ingegneri ecosistemici” è così vitale per la salute del Mediterraneo?

Per comprendere insieme la complessità e la vulnerabilità del coralligeno credo si debba partire dal concetto di stabilità ecologica. Immaginiamo un ambiente in cui le oscillazioni di luce, temperatura e idrodinamismo siano minime: gli organismi che vi abitano possono specializzarsi sempre di più, differenziarsi e costruire relazioni intra- e interspecifiche regolate in modo finissimo. In un ambiente instabile, al contrario, sopravvivono soltanto le specie dotate di grande plasticità fisiologica, e le dinamiche che si sviluppano restano per lo più semplici interazioni preda-predatore, non quelle lunghe storie coevolutive che danno origine a fenomeni complessi come il mimetismo o il commensalismo.

Sono concetti generalizzabili. Lo vediamo anche nelle società umane: nelle città e nei Paesi dotati di politiche e dinamiche sociali stabili e resilienti si sviluppano processi economici, culturali e sociali ricchi e articolati; dove invece il sistema non funziona, le comunità tendono a disgregarsi e le persone ad allontanarsi.

Il coralligeno che conosciamo oggi si è formato al termine dell’ultima glaciazione (circa 10 mila anni fa): un tempo troppo breve per disegnare veri processi coevolutivi tra le specie, ma sufficiente ad accogliere una comunità complessa e altamente specializzata rispetto alle diverse condizioni ambientali. La presenza, nella zona mesofotica (circa 30-200 metri di profondità), di specie coloniali a elevata longevità è proprio la prova di quanto questi ambienti siano stati stabili nel tempo.

È qui che entra in gioco il ruolo degli “ingegneri ecosistemici”. Le specie erette e longeve — le gorgonie, il corallo rosso, le grandi spugne — non sono semplici abitanti del coralligeno: sono gli architetti che ne costruiscono la terza dimensione. È la loro struttura ramificata a creare gli anfratti, le zone d’ombra e i microambienti in cui centinaia di altre specie trovano rifugio, cibo e siti riproduttivi. Rimuovere questi ingegneri non significa perdere un solo organismo, ma smontare l’impalcatura che tiene insieme l’intera comunità e, con essa, buona parte della biodiversità del Mediterraneo profondo.

Alcune specie di squali, come il gattuccio o il gattopardo, sfruttano i rami delle gorgonie come sito di ancoraggio per favorire l’ossigenazione e lo sviluppo delle proprie uova. Foto di Gabriella Luongo, archivio See in the Sea UW photocontest.
  • Nell’immaginario collettivo la piccola pesca artigianale è sinonimo di sostenibilità. Eppure, oggi rappresenta una delle minacce più concrete per la salute del coralligeno e delle foreste animali. Quali sono le tecniche di pesca che più frequentemente impattano su queste biocenosi e quali sono le loro conseguenze? Cosa comporta l’abbandono degli strumenti da pesca e quali strategie si dovrebbero attuare per prevenire questo problema alla radice?

La pesca artigianale — con palamiti o reti da posta — così come la pesca sportiva, nel tempo innesca processi erosivi sullo strato eretto del coralligeno, modificandone le condizioni edafiche, cioè le caratteristiche stesse del substrato. Gli organismi specializzati a vivere in ombra e con scarso idrodinamismo si ritrovano improvvisamente esposti: reagiscono riducendo le proprie dimensioni e, in molti casi, muoiono.

È un impatto diverso da quello che immaginiamo di solito. Non è acuto, è graduale ma costante, ed è localizzato proprio nelle zone più riparate, dove la pesca commerciale a strascico non riesce a entrare. Anno dopo anno la tridimensionalità dell’habitat diminuisce; le specie tendono ad abbandonare un ambiente diventato instabile, con meno rifugi e minori accumuli di cibo. Dopo decenni sono gli stessi pescatori ad accorgersi che la produttività cala. E a quel punto l’unica soluzione diventa sospendere il prelievo e agevolare il recupero delle aree danneggiate.

A questo si aggiunge il problema degli attrezzi perduti o abbandonati sul fondo. Reti e lenze che restano incagliate tra le colonie non smettono di “pescare”: continuano a impigliare organismi e a esercitare un’azione abrasiva sulle strutture erette, un danno che si protrae per anni ben oltre l’attività del pescatore. È il fenomeno delle ghost net, delle “reti fantasma”.

Per prevenire il problema alla radice non basta intervenire a valle: occorre agire prima che il danno si produca. Significa mappare con precisione dove si trovano le foreste animali e tenerne conto nella regolamentazione degli attrezzi, sottrarre alla pesca le aree più sensibili, promuovere sistemi di tracciabilità e recupero degli attrezzi perduti e, soprattutto, costruire con i pescatori una consapevolezza condivisa: sono i primi a beneficiare di un fondale in salute, perché è da lì che nasce la produttività su cui contano.

Il polpo, come molte altre specie, sfrutta i fondali rocciosi per nutrirsi e trovare riparo tra gli anfratti. Il declino di questi habitat ha forti ripercussioni non solo sulla fauna marina, ma anche, direttamente o indirettamente, sulle attività legate alla pesca. Foto di Francesco Visintin, archivio See in the Sea UW photocontest.
  • Da specie protette a scarto di pesca il passo è breve. Esistono delle strategie di “riforestazione” per ridurre la perdita di questi organismi? Quali sono le difficoltà nel portare avanti questo tipo di progetti? Esistono delle soluzioni per ridurre il bycatch di queste specie?

Oggi dobbiamo fare uno sforzo per ricostruire ciò che abbiamo danneggiato. La situazione è talmente compromessa che l’Europa ha varato una legge apposita, che obbliga gli Stati Membri a ripristinare gli habitat degradati. In diverse zone la sola rimozione degli impatti può riattivare la produttività; ma gli habitat millenari non sono ricostruibili nei tempi che interessano a noi. Fra quattro o cinquemila anni, forse, il coralligeno potrebbe riformarsi — cambiamenti climatici permettendo — mentre a noi interessa recuperare molto prima i servizi ecosistemici che offre. In questi casi il restauro attivo diventa l’unica ricetta possibile.

Le difficoltà, però, sono notevoli. La prima è che si lavora su organismi lentissimi: un trapianto richiede anni prima di mostrare risultati, e questo mal si concilia con i tempi dei finanziamenti e delle rendicontazioni. La seconda, e la più insidiosa, è che il rischio concreto oggi è di realizzare interventi inutili o addirittura sbagliati, se non sono adeguatamente progettati: trapiantare le specie giuste nei siti sbagliati, o senza conoscere le condizioni ambientali, può tradursi in uno spreco di risorse e di colonie.

Sul fronte del bycatch, molto si può fare a monte. Una parte delle colonie che finiscono nelle reti è ancora vitale: se i pescatori sono formati e coinvolti, questi frammenti possono essere restituiti al mare o consegnati ai centri di restauro anziché essere scartati, trasformando una perdita in materiale prezioso per la riforestazione. Ma la strategia più efficace resta ridurre a monte la sovrapposizione tra attrezzi da pesca e foreste animali, evitando che l’incontro avvenga.

  • Negli ultimi anni le ondate di calore marine stanno colpendo duramente il coralligeno, provocando estesi eventi di mortalità di massa. Come stanno reagendo le foreste animali? Ha ancora senso investire in progetti di trapianto ecologico in un mare sempre più caldo?

Quello che stiamo osservando è che esistono evidenze di termoadattamento in alcune specie, e che le comunità superficiali riescono a recuperare là dove, più in basso, trovano comunità mesofotiche in grado di rifornirle. È un segnale importante: significa che una parte della capacità di ripresa è ancora dentro il sistema, se glielo permettiamo.

Per questo l’unica ricetta è rimuovere i nostri impatti nel maggior numero possibile di aree e, restituendo un po’ di stabilità, lasciare che i processi selettivi favoriscano gli organismi più termoresistenti. Investire nel trapianto ha ancora senso, ma a una condizione: non deve essere un gesto isolato, bensì accompagnare la protezione e puntare a rafforzare proprio quei genotipi più resilienti al caldo.

Siamo di fronte a un bivio. O investiamo in protezione e recupero, sacrificando alla pesca alcune aree per permettere al sistema di tornare produttivo; oppure continuiamo a prelevare finché c’è qualcosa da prendere, fino al collasso irreversibile. È una questione di prospettiva e di visione. “Meglio un uovo oggi o una gallina domani” è un dilemma antico, ma stavolta la risposta condizionerà il futuro delle prossime generazioni.

  • Molti interventi di restauro ecologico coprono aree molto piccole rispetto ai danni a cui vanno a porre rimedio e sono spesso privi di tutele legali. C’è il rischio che alcuni di questi progetti vengano sfruttati come un “alibi verde” (greenwashing) per evitare l’unica vera soluzione drastica, ovvero l’istituzione di riserve integrali a protezione totale?

Purtroppo in molti casi sta avvenendo proprio questo, ed è un peccato. Oggi abbiamo bisogno di dati e di ricerca per orientare i progetti di restauro, ma troppi interventi si limitano a grandi operazioni di “giardinaggio” senza cogliere l’occasione, unica, di fare anche ricerca. Quando sono coinvolti i ricercatori, di norma la raccolta dati c’è. Quando invece sono le associazioni a reperire risorse per fare trapianti — che non è la stessa cosa del restauro — il lavoro spesso non è accompagnato dalla raccolta di dati che aiuterebbe a progettare gli interventi futuri.

In questo senso serve uno sforzo collettivo: aumentare le sinergie, mettere in rete competenze e risultati, e non sprecare l’opportunità di far crescere un settore che potrebbe rivelarsi determinante nei prossimi anni. Il restauro non deve mai diventare la foglia di fico che giustifica il rinvio della protezione: le due cose vanno tenute insieme, perché un trapianto in un’area che continua a essere sfruttata è destinato a fallire.

  • In un mare sempre più povero, le Aree Marine Protette (AMP) rappresentano uno degli ultimi baluardi di biodiversità in grado, paradossalmente, di sostenere anche la pesca. In base agli impegni internazionali, l’Italia oggi è ben lontana dal proteggere il 30% dei suoi mari entro il 2030. Inoltre, molte AMP lo sono solo sulla carta, avendo delle zone di tutela integrale molto ridotte rispetto alla loro reale estensione. Dal suo punto di vista, qual è lo stato di salute dei nostri mari e perché si fa così tanta fatica a trasformare le leggi in tutele concrete sul territorio?

Il nodo, purtroppo, è prima di tutto culturale. È diffusa l’idea che le aree protette siano un sistema politico disfunzionale, più che una soluzione per i territori. Ovunque nasca un progetto di questo tipo si formano puntualmente due schieramenti, favorevoli e contrari, e le ragioni sono sempre molto simili. I contrari temono di perdere alcune libertà legate a qualche privilegio economico; i favorevoli sperano di attivare forme di fruizione del territorio più sostenibili e inclusive.

Il problema è che, sulla bilancia, le dinamiche economiche pendono in genere verso i contrari, e i favorevoli non riescono a caricare pesi sufficienti a controbilanciarle. Per avere quei pesi bisognerebbe che la protezione fosse già attiva e mostrasse i suoi benefici — ma è proprio la protezione che si sta cercando di istituire. Il sistema entra così in una situazione di stallo.

L’unica speranza è arrivare a un consenso sociale abbastanza forte da mettere il politico di turno nelle condizioni di cercare voti tra i favorevoli anziché tra i contrari. Quando proteggere conviene anche in termini di consenso, le cose iniziano a muoversi. E vale la pena ricordare che le AMP ben gestite, con vere zone di tutela integrale, finiscono per sostenere anche la pesca nelle aree circostanti, grazie all’effetto di traboccamento (spillover) di uova, larve e adulti. Non è un vincolo contro i pescatori: è un investimento a loro favore.

  • Spesso si protegge quello che si conosce ma molte persone non hanno modo di vedere la gravità della crisi che il mare sta affrontando. Può la scienza partecipata dei cittadini (Citizen Science) far capire alle persone dove “guardare” e rappresentare un ponte di collegamento con la scienza?

È un processo in cui credo profondamente, ma da solo resta una goccia nell’oceano. La Citizen Science ha un valore doppio: da un lato mette a disposizione della ricerca migliaia di occhi che nessun gruppo di scienziati potrebbe mai avere, moltiplicando i dati raccolti nello spazio e nel tempo; dall’altro, e forse è la cosa più importante, insegna alle persone dove guardare. Chi impara a riconoscere una gorgonia malata o una foresta che si sta spegnendo non torna più a vedere il mare come prima: diventa un cittadino consapevole, e spesso un difensore di quell’ambiente.

Ma perché tutto questo funzioni davvero serve una rivoluzione culturale profonda, che deve partire dalla scuola. La Citizen Science è un ponte prezioso tra scienza e società; da sola, però, non basta a cambiare la rotta. Deve inserirsi in un cambiamento più ampio del nostro modo di guardare — e di prenderci cura — del mare.

Saper andare oltre la superficie permette di scoprire come il mare non sia solo un’immensa distesa d’acqua ma un luogo tridimensionale, dove la vita vacilla su equilibri delicatissimi, che abbiamo il dovere di conoscere e proteggere. Foto di Alessandro Grasso, archivio See in the Sea UW photocontest.

Da grandi foreste a pianure erbose

Il coralligeno vede nella sua straordinaria complessità una crescita lentissima, ottenuta a fatica millimetro dopo millimetro e costruita nel corso di secoli. Un singolo danno può cancellare decenni, se non secoli di lento ma inesorabile accrescimento. Oggi le foreste animali più superficiali stanno scomparendo a ritmi preoccupanti, estirpate dalla attività antropiche e “asfissiate” dalle ondate di calore. La loro scomparsa favorisce la proliferazione di specie opportuniste, che aggravano lo stato di salute del coralligeno e riducono drasticamente la biodiversità che popola questi ambienti e su cui si sostiene anche la piccola pesca. 

In uno scenario di crisi troppo spesso celato alla nostra vista, dove la memoria del passato scompare facilmente, la Citizen Science può diventa uno strumento fondamentale. “Conoscere per proteggere” non è solo uno slogan, ma un principio cardine: quando i cittadini collaborano con la ricerca, la distanza tra scienza e società si annulla ed è in quel momento che le cose cambiano realmente. Nella speranza che le maestose foreste animali che popolano i nostri mari non si riducano a sporadiche pianure erbose spoglie e brulle.


“Oltre la superficie: le vittime invisibili della pesca” è un progetto di comunicazione e sensibilizzazione sul bycatch, e cioè la cattura accidentale di specie non target della pesca. Solo in Italia, ogni giorno centinaia di migliaia di organismi, tra invertebrati, cetacei, squali, uccelli marine e tartarughe, finiscono rigettati in mare senza vita. Per fare la differenza dobbiamo imparare a ridurre lo spreco alimentare, e a pescare in modo sostenibile, attraverso una consapevolezza di pescatori e consumatori.

Un progetto cofinanziato da Fondazione PuntoSud, Fondazione Cariplo e l’Unione Europea.

Per saperne di più: https://www.wildita.com/oltre-la-superficie