
di
Luca Paoletti

dal progetto
“Oltre la superficie”

Mentre lungo le nostre spiagge salta subito all’occhio una moltitudine di plastiche dai mille colori che ci spinge a riflettere sulle nostre azioni quotidiane, sotto la superficie del mare questo materiale assume le sembianze di trappole mortali: un groviglio invisibile di fili, lenze, cime e reti perse dalle attività legate alla pesca. Quando questi strumenti di pesca vengono abbandonati, persi o scartati in mare a causa di mareggiate, collisioni con il fondale o altre imbarcazioni, prendono il nome di ALDFG (Abandoned, Lost or otherwise Discarded Fishing Gear). Eppure, non si tratta di semplici rifiuti inerti, bensì strumenti che continuano a svolgere incessantemente l’unica cosa per cui sono stati progettati… pescare.
Nel Mar Mediterraneo la perdita di questi strumenti è più frequentemente associata alla piccola pesca artigianale, rispetto a quella industriale, data la maggiore interazione con il fondale roccioso. Tuttavia, un singolo incidente a livello di pesca industriale rilascia una quantità di plastica, nylon e cime che, in termini di peso complessivo, supera la somma di centinaia di reti artigianali. Secondo l’ISPRA fino all’86,5% dei rifiuti di origine marina è direttamente legato alle attività di pesca, e di questi il 94% è composto da reti abbandonate. Per un pescatore, la perdita di un qualsiasi strumento di pesca rappresenta un danno economico non indifferente; per questo motivo, nella quasi totalità dei casi l’abbandono non è intenzionale. Molti strumenti passivi, come i palangari di fondo e le reti da posta, rimangono calati in mare per diverse ore (spesso tra le 12 e le 24 ore) e lavorando a stretto contatto con il fondale hanno un’elevata probabilità di impigliarsi. Questo perché le correnti possono farli oscillare e impattare con il fondale; inoltre, il passaggio di altre imbarcazioni può tranciare le boe di segnalazione, rendendo impossibile individuare le reti. Tuttavia, i pescatori conoscono bene i fondali, avendo strumenti come l’ecoscandaglio, eppure tendono a calare le reti o le lenze proprio in prossimità di pareti rocciose, secche o relitti; consapevoli della maggiore concentrazione di specie, o di tane, ma anche del rischio di poter perdere gli strumenti di pesca. Quando una rete o un palangaro, le cui estensioni superano facilmente il chilometro, si incagliano è spesso impossibile tirarlo in barca. L’equipaggio può tentare diverse manovre di disincaglio, come il recupero dal capo opposto; tuttavia, sotto la spinta dei verricelli, la rottura per impigliamento della lenza madre dei palangari è molto frequente, mentre il forte ancoraggio delle reti alle pareti rocciose può addirittura mandare in blocco il motore del verricello. Durante queste manovre, che solo in poche occasioni risultano essere risolutive, il recupero forzato delle reti comporta il coinvolgimento e la morte di numerose specie, come il corallo rosso (Corallium rubrum), e la rimozione di grandi quantità di substrato, come ciottoli o porzioni rocciose, spesso di natura coralligena.
Alla fine, l’esito più comune è l’abbandono di centinaia di metri di lenze e reti in mare. Il mare nasconde alla vista la gravità del problema, permettendo al pescatore di rientrare in porto, ma questo non significa che l’impatto provocato non esista

Il ghost fishing: quando la pesca non ha mai fine
Tra tutti gli ALDFG, le reti fantasma, o abbandonate, sono gli attrezzi più impattanti in grado di dare vita a un ciclo infinito, dove i predatori si trasformano in prede. Una volta ancorate al fondale o lasciate alla deriva, le reti catturano i primi pesci o altri organismi marini. La loro morte attira specie necrofaghe e opportuniste (come gasteropodi, crostacei e paguri), che giungono sul posto per nutrirsi delle carcasse. Molti di questi organismi rimangono intrappolati a loro volta, morendo e trasformandosi in nuove esche che attirano specie sempre più complesse, andando ad alimentare un ciclo di morte continua noto come ghost fishing.

Paradossalmente, questa dinamica ricalca una strategia di pesca storicamente attiva nel Mar Mediterraneo e utilizzata per la cattura di specie ad alto valore commerciale, come l’aragosta (Palinurus elephas) e l’astice (Homarus gammarus). In questo tipo di pesca, una rete a tremaglio viene calata sul fondale roccioso associato al coralligeno, l’ambiente prediletto di queste specie. La cattura indistinta dei primi pesci e altri organismi attira le aragoste e gli astici, spinti dall’opportunità di una facile preda, per poi rimanere intrappolati a loro volta fino a quando la rete non viene issata a bordo. Talvolta, le stesse aragoste diventano preda di polpi e murene, lasciando al pescatore solo un esoscheletro vuoto. Questo rende molte catture accessorie invendibili a causa della predazione o dell’avanzato stato di decomposizione, alimentando lo scarto di pesca.
Se nella pesca professionale e artigianale si sacrificano consapevolmente delle quote di specie non target per favorire la cattura di specie di interesse commerciale, nel caso delle reti fantasma il sacrificio è assoluto, sterile e perpetuo. Nel tempo, il materiale sintetico viene colonizzato da una fitta comunità di organismi opportunisti, che rende la struttura progressivamente più pesante e invisibile, ma non per questo meno distruttiva. L’aumento del peso fa aderire maggiormente la rete al fondale, amplificando l’impatto sulla comunità bentonica. In presenza di pareti rocciose, le maglie della rete tendono a impigliarsi maggiormente su organismi biocostruttori come Cnidari, Poriferi e Briozoi, i quali costituiscono le fondamenta del coralligeno, uno degli ecosistemi più importanti dei nostri mari. Sollecitate dal moto ondoso e dalle correnti di fondo, le maglie esercitano una costante azione meccanica di trazione e abrasione sulle specie erette e strutturanti, come la gorgonia rossa (Paramuricea clavata), il corallo rosso (Corallium rubrum), le gorgonie bianche e gialle (Eunicella spp.) e le spugne arborescenti (Axinella spp.). Se nel breve termine ciò comporta la rottura dei rami o il distacco degli organismi dal fondale, nel lungo termine l’azione di abrasione porta alla formazione di zone di necrosi, dove si possono sviluppare diversi organismi opportunisti o forme di infezione e parassitosi. La superficie della rete diventa un nuovo livello di colonizzazione da parte di specie pioniere che compromette quello sottostante, il quale viene soffocato anche a causa dell’accumulo di sedimento. L’indebolimento di queste specie strutturanti e la conseguente degradazione dell’habitat, amplificata dalla persistenza della rete, innescano un effetto a cascata sull’intera comunità, determinando un forte impoverimento della biodiversità e una drastica riduzione delle specie di interesse commerciale che in questi ambienti trovano rifugio e nutrimento.

La distruzione di P. clavata compromette irreversibilmente la tridimensionalità del fondale, privando molte specie di un rifugio e le larve di altri organismi del substrato ideale per l’insediamento. Il ripristino biologico di queste “foreste animali” richiede tempi lunghissimi, quantificabili tra i 30 e i 50 anni a causa dei lenti tassi di crescita, e rischia di azzerarsi del tutto se l’area viene colpita da ondate di calore (marine heatwaves), dove le alte temperature rendono difficile la sopravvivenza di questi organismi.
Tuttavia, il coralligeno non è l’unico ecosistema sensibile a subire questi danni: dinamiche analoghe colpiscono le praterie di Posidonia oceanica, una delle vere e poche piante marine presente nei nostri mari. Questa pianta funge da nursery per lo sviluppo giovanile di moltissimi organismi marini e da insostituibile “polmone verde” per il sequestro del carbonio nel Mediterraneo. Lo sfregamento continuo delle cime e delle maglie, accentuato dal moto ondoso, strappa o recide le foglie. Questo non solo riduce la superficie fotosintetica della prateria, ma espone i tessuti vegetali a infezioni fungine e batteriche. Il danno più grave e irreversibile si consuma però a livello dei rizomi, ovvero la porzione a contatto con il fondale. Quando la rete si impiglia saldamente all’intricata rete di radici e rizomi della prateria (matte) il suo recupero è solitamente più facile, rispetto al coralligeno, ma altamente distruttivo, comportando il completo sradicamento di interi rizomi. La frammentazione della matte apre vere e proprie brecce nella prateria. Queste aree degradate diventano vulnerabili all’erosione idrodinamica, innescando un fenomeno di regressione che può richiedere molti decenni per essere risanato.

Marine litter
Eppure, non tutti gli ALDFG seguono lo stesso percorso biologico. Molte reti, trasportate dalle correnti di superficie, catturano un tipo diverso di prede: la plastica di origine terrestre. Trasformandosi in veri e propri nuclei di aggregazione, questi grovigli partecipano attivamente alla formazione e all’espansione delle cosiddette “isole di plastica”, immense aree di accumulo dinamico che ogni anno inglobano tonnellate di nuovi materiali sintetici (marine litter).
Nei grandi centri di aggregazione, come la Great Pacific Garbage Patch nell’Oceano Pacifico settentrionale, le ALDFG costituiscono la tipologia di rifiuto più presente, rappresentando circa il 52% della massa totale di plastica. Anche il Mar Mediterraneo non è esente da questo fenomeno e, seppur su scala minore, mostra una situazione altrettanto critica. Una delle aree di accumulo più note si trova nel Mar Ligure, all’interno del Santuario dei Cetacei, uno dei punti più importanti del nostro bacino per quanto riguarda la salvaguardia e conservazione dei grandi mammiferi. In questo scenario, parte della responsabilità ricade anche sul nostro Paese, data la presenza storica di una delle flotte pescherecce industriali più grandi e tecnologicamente sviluppate dell’intero bacino.
L’aspetto più insidioso risiede nel destino a lungo termine di questi polimeri. In base alla sua composizione un’isola di plastica potrebbe impiegare tra i 400 e gli oltre i 1000 anni per scomporsi in microplastica. Seppur invisibile ad occhio nudo, questo processo non risolve il problema ma ne moltiplica la tossicità. Le microparticelle entrano direttamente nella rete trofica attraverso l’ingestione da parte degli organismi (bioaccumulo), come i filtratori (es. bivalvi); successivamente, i composti chimici tossici associati alla plastica (come gli additivi polimerici e gli inquinanti organici persistenti) risalgono i livelli trofici superiori attraverso le interazione preda predatore (biomagnificazione), concentrandosi nei grandi predatori per poi compiere l’ultimo e paradossale passo: finire sulle nostre tavole, all’interno dei prodotti ittici che consumiamo quotidianamente.

Dalle sanzioni alla legge SalvaMare
Fino a pochi anni fa, il sistema legislativo italiano generava un paradosso normativo inspiegabile:
chiunque raccogliesse e sbarcasse un rifiuto marino, di qualsiasi natura, rischiava una denuncia penale per trasporto illecito e gestione non autorizzata di rifiuti speciali. Si veniva accusati di essere i “produttori” di quei rifiuti, dovendone certificare l’origine e di sostenere di persona i costi di smaltimento. Per non incorrere in queste paradossali sanzioni burocratiche, i pescatori erano di fatto costretti a rigettare in mare ogni rifiuto estraneo rimasto impigliato nelle reti o trovato in mare. L’introduzione della Legge “SalvaMare” (L. 17 maggio 2022, n. 60) ha finalmente equiparato il marine litter e gli ALDFG (tra cui le reti abbandonate) ai rifiuti urbani, istituendo specifici punti di raccolta e consentendone il conferimento gratuito nei porti. Questo provvedimento ha trasformato il pescatore da potenziale trasgressore a fondamentale “operatore ecologico del mare”.
ebbene tale quadro normativo offra risvolti sostanziali per il recupero degli ALDFG e della plastica in mare, la filiera del loro effettivo riciclo o smaltimento finale risente ancora di una complessa frammentazione burocratica. A livello locale, infatti, i porti non sono ancora attrezzati per la gestione di questi rifiuti; mentre, ancor peggio, a livello nazionale mancano diversi decreti attuativi necessari a rendere operativa la legge SalvaMare. Una legge che, dal 2022, esiste sulla carta ma non funziona nella pratica, impedendo di fatto lo sbarco dei rifiuti e il loro corretto smaltimento.

Il bandolo della matassa
È fondamentale che, per il futuro, la ricerca, le istituzioni e i pescatori si muovano su due binari paralleli: la prevenzione a monte e la rimozione mirata a valle. Oggi, implementare una reale tracciabilità degli attrezzi da pesca (come marcature digitali con tag RFID o boe satellitari) rappresenta una prerogativa fondamentale, capace di incentivare i pescatori a segnalare tempestivamente la perdita accidentale delle reti, prima di incorrere in multe. Questo approccio preventivo è l’unica via percorribile, poiché la mappatura sistematica dei fondali alla ricerca di queste trappole invisibili richiederebbe investimenti economici e tecnologici insostenibili. Quando un’area critica viene individuata, la rimozione di uno strumento di pesca non può essere affidata all’improvvisazione, ma deve essere guidata da Operatori Tecnici Subacquei (OTS) professionalmente abilitati a intervenire in scenari ad alto rischio. Queste delicate operazioni, coordinate dalla Capitanerie di Porto, seguono rigidi protocolli, al fine di ridurre al minimo i possibili danni che si potrebbero arrecare sugli organismi ancora sani.
Quando si sente parlare di inquinamento marino, difficilmente l’attenzione viene posta sul comparto della pesca che, seppur in modo involontario, è in grado di arrecare un danno invisibile, persistente e decisamente più difficile da affrontare. Nella speranza di non perderci, un domani, in un mare di fili.
Bibliografia
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- Quadro Normativo e Protocolli di Rimozione Operativa:
- Repubblica Italiana. (2022). Legge 17 maggio 2022, n. 60: Disposizioni per il recupero dei rifiuti in mare e nelle acque interne e per la promozione dell’economia circolare (Legge “Salvamare”). Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana, Serie Generale n. 134 del 10-06-2022.
- Capitanerie di Porto – Guardia Costiera. (2023). Linee guida e protocolli operativi per le attività di rimozione di reti fantasma da parte di Operatori Tecnici Subacquei (OTS) coordinati dal Comando Generale. Roma: Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti.
“Oltre la superficie: le vittime invisibili della pesca” è un progetto di comunicazione e sensibilizzazione sul bycatch, e cioè la cattura accidentale di specie non target della pesca. Solo in Italia, ogni giorno centinaia di migliaia di organismi, tra invertebrati, cetacei, squali, uccelli marine e tartarughe, finiscono rigettati in mare senza vita. Per fare la differenza dobbiamo imparare a ridurre lo spreco alimentare, e a pescare in modo sostenibile, attraverso una consapevolezza di pescatori e consumatori.
Un progetto cofinanziato da Fondazione PuntoSud, Fondazione Cariplo e l’Unione Europea.
Per saperne di più: https://www.wildita.com/oltre-la-superficie




