Le berte di Linosa: la custodia di una colonia nel Mediterraneo

Testo di Claudia De Luca

Immagini di Francesco Guerra


Francesco Guerra ©

Nelle notti di luna piena, sull’isola di Linosa, c’è tanto silenzio. “Uno scoglio in mezzo al mare”: così la definiscono i residenti, poco più di 400 in totale. È una piccola isola di origine vulcanica, appena cinque chilometri quadrati di terra nel mezzo del Mar Mediterraneo. Sul suo territorio abbondano appuntite rocce nere, poco invitanti e pronte a graffiare i più disattenti. Eppure, queste rocce contribuiscono a dare all’isola un aspetto selvaggio e attraente, che richiama molti visitatori. E non solo umani.

Vista aerea di Linosa. In primo piano Monte Nero e il porticciolo.
Francesco Guerra ©

Da qualche migliaio di anni, un’altra creatura ha trovato in queste rocce un rifugio. Nelle cavità e nelle piccole grotte ricavate nei tunnel di roccia vulcanica, in una zona a nord dell’isola chiamata Mannarazza, ha messo le sue radici. Solo nelle notti senza luna si ha qualche speranza di osservarla. Il silenzio, in quei casi, è interrotto da un verso molto acuto, che assomiglia al pianto di un neonato, o al canto di una sirena.

Si tratta della Berta Maggiore (Calonectris diomedea), un uccello marino pelagico appartenente all’ordine dei Procellariformi, che trascorre quasi tutto il suo tempo in mare aperto, per poi tornare a terra solo per riprodursi. A Linosa, questi uccelli formano una delle colonie riproduttive più grandi del Mediterraneo.

La colonia di berte in volo al tramonto.
Francesco Guerra ©

Abili in volo, vulnerabili a terra

Le berte sono uccelli marini e predatori apicali. In più, sono molto longevi e possono vivere oltre i 30 anni. Riconoscibili dal ventre bianco, dal becco giallo con narici tubolari e una macchia nera sulla sua punta, vengono chiamate dagli anglofoni shearwaters per la loro capacità di volare a pelo d’acqua. In mare sono pescatrici infallibili, ma sulla terra si muovono in modo goffo e sono più vulnerabili ai predatori. Le cavità rocciose dove nidificano offrono una protezione solo parziale. Molti nidi sono ben accessibili, e solo il buio della notte garantisce una difesa più sicura. 

Un pulcino di berta nel nido.
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In primavera le coppie (monogame) rientrano dal mare in colonia, riconoscendo il loro nido tra centinaia di altri identici.Dalla loro unione si genera un unico uovo, che si schiude a luglio. I pulcini, ricoperti di un soffice piumino grigio, crescono e vengono alimentati dai genitori che visitano il nido solo di notte, fino al mese di ottobre, quando arriva il momento dell’involo.  Fino ad allora, passano il loro tempo fermi nei nidi, in attesa. 

Una specie sotto pressione 

Le berte hanno preceduto di molto gli esseri umani sull’isola. Ma i pericoli che affrontano dipendono in gran parte dalle pressioni che l’essere umano esercita sull’ambiente. Qualche rischio è stato vinto. Per anni, gli abitanti di Linosa hanno raccolto le uova di berta come fonte proteica, ma questa pratica tradizionale è stata vietata dalla legge nel 1992 e oggi è stata abbandonata. Altri rischi, però, restano, e sono più difficili da estirpare. In mare, le berte adulte si impigliano negli ami dei pescatori o vengono catturate accidentalmente nelle reti. Il cambiamento climatico impatta sulla disponibilità delle loro prede (piccoli pesci pelagici, cefalopodi e crostacei) e compromette la salute del Mediterraneo, un ecosistema già sotto pressione e che sta perdendo molta della sua biodiversità. A terra, non va meglio. Gatti e ratti, arrivati sull’isola con le popolazioni umane, oggi proliferano e predano uova e pulcini in colonia. 

Piume di una berta attaccata in colonia da un gatto.
Francesco Guerra ©

Le berte non hanno una vita facile. Ed è per questo che hanno bisogno di tutela e protezione.

I guardiani delle berte

Giacomo Dell’Omo è un naturalista e ricercatore romano. Ha studiato diverse specie animali, ma è agli uccelli che torna sempre, ovunque abbiano bisogno. Ha scoperto le berte di Linosa vent’anni fa e, da allora, il legame tra lui e questa colonia è diventato sempre più solido.  

Giacomo torna più volte l’anno a Linosa: quando le coppie arrivano per riprodursi, quando le uova si schiudono, e quando i pulcini si preparano all’involo. Non è mai solo.

Dottorandi, collaboratori e volontari lo assistono e condividono con lui la responsabilità di fare della colonia una priorità. Proteggere una singola specie, su un’isola remota come Linosa, è una scelta precisa, di impegno e dedizione.

Giacomo Dell’Omo, insieme a Beatrice Berardi (dottoranda all’Università della Tuscia) e Agustina Gómez-Laich (biologa).
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Ogni giornata di lavoro inizia in una piccola base che Giacomo ha costruito al suo arrivo, proprio accanto alla colonia. È una struttura che racchiude anni di lavoro: testi scientifici, strumenti di ricerca, memento raccolti sull’isola nel tempo. C’è persino un contenitore di uova finte, che è un dettaglio curioso, finché non si capisce che servono a evitare il divorzio di una coppia, quando la schiusa del “vero” uovo fallisce. Una volta riempito lo zaino con l’essenziale (calibro, bilancia, anelli, sacco di tessuto, penna e quaderno), si è pronti per andare in colonia.

Ogni giorno in colonia 

Tutelare una colonia significa molto più che raccogliere dati da analizzare in laboratorio. Comporta capire come è andata la stagione riproduttiva, fare un bilancio annuale delle minacce, e decidere quali affrontare per prime, e come. Sterilizzare i gatti o trasportarli altrove. Tendere trappole per i ratti. È un lavoro che può essere fatto solo sul campoa diretto contatto con la specie che si cerca di proteggere. È un atto di cura costante, una missione.

Durante il periodo degli involi, a ottobre, Giacomo e il suo team misurano becco, tarso e peso di ogni pulcino. Sono dati che indicano se i piccoli stanno crescendo bene, e se sono alimentati a sufficienza. A questi numeri si affianca la progressiva perdita del piumino, che è l’indicatore più visibile del loro avvicinarsi alla vita adulta.

Giacomo misura il becco di una berta vivace.
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Giacomo non ha bisogno di una mappa per muoversi tra i nidi da controllare, sparsi in un’area di circa 400 metri. Conosce ogni anfratto a memoria e cammina tra le rocce con la sicurezza di chi percorre rotte conosciute. Davanti a ogni nido si inginocchia, si sporge nell’oscurità e spera di trovare due occhi luminosi e un becco giallo a fissarlo. Il pulcino viene estratto con delicatezza e introdotto in un sacco di tessuto, per facilitare le misurazioni. Poi viene inanellato, così da essere riconosciuto al suo eventuale ritorno, che avverrà non prima di cinque o sei anni. Qualche nido è una bella gatta da pelare: i rovi bloccano l’ingresso o il pulcino è troppo in fondo, e bisogna faticare per recuperarlo. 

Giacomo prova a recuperare un pulcino lontano dall’ingresso del nido.
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Giacomo ha un tocco naturale con i pulcini. Anche i più irrequieti all’inizio finiscono per calmarsi dopo qualche minuto, tra le sue braccia.

La mortalità, fuori nel mare, è altissima: meno del 10% dei pulcini inanellati fa ritorno alla colonia di nascita. Chi sopravvive riesce a ritrovare la strada di casa con una facilità impressionante, dopo anni interi trascorsi in mare. 

Proteggere le berte di Linosa significa tenere insieme azioni locali e dinamiche che vanno ben oltre i confini dell’isola. I limiti del lavoro di conservazione sono chiari, ma gli sforzi continuano e continueranno, nel tempo. Con la fondazione dell’associazione Ornis italica (www.ornisitalica.it) il lavoro di un singolo individuo è diventato una rete: ricercatori, volontari e isolani uniti in una causa condivisa, che mette al primo posto la salvaguardia di una specie che fatica a difendersi da sola. 

Verso il largo

Di notte, attraversare la colonia, è come andare a caccia di fantasmi. Ma con un po’ di fortuna, si possono scorgere delle ali che battono nell’oscurità. Sono piccole berte, che fanno le prove del primo volo. 

A Linosa hanno una rampa di roccia tutta per loro, costruita per aiutarli ad esercitarsi, a trovare la spinta giusta prima di affrontare il vuoto. 

Dopo pochi mesi, i pulcini lasciano l’isola di Linosa per spingersi in oceano insieme ai loro genitori. Non hanno mai visto il mare. Non sanno com’è fatto un pesce. Non potranno mai rendersene conto, ma sono fortunati, perché hanno qualcuno dalla loro parte. 

Volo di alcune berte adulte al tramonto.
Francesco Guerra ©